«A 40 anni andai in crisi, non c’erano più ruoli per me»- Corriere.it

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di Valerio Cappelli

L’attrice, interprete del film «Rapiniamo il Duce» su Netflix dal 26 ottobre: «Avevo voglia di interpretare una donna ribelle, feroce e piena di capricci. Il tempo che passa? Lo vivo con umorismo»

«Hai frequentato più letti che pubblico per arrivare dove sei», dice a Nora quello screanzato del marito, interpretato da Filippo Timi. Lui è un gerarca fascista del regime, ormai agli sgoccioli; lei è Nora, una diva del cinema degli Anni Trenta, considerata sul viale del tramonto. E ha il volto di Isabella Ferrari. Suo marito «vero», Renato De Maria, è il regista del film del giorno alla Festa del cinema. Rapiniamo il Duce (su Netflix dal 26). Una banda scalcagnata, capeggiata da Pietro Castellitto e Matilda De Angelis, che a Milano prepara il colpo impossibile, vuole mettere le mani sul tesoro di Mussolini: il famoso oro di Dongo.

«L’ho amata tanto, avevo voglia di fare una canaglia, una donna forte, piena di capricci, carismatica, in un’epoca in cui le figure femminili per emergere potevano solo fare cinema, lei nasconde un desiderio di riscatto mentre il suo matrimonio va alla deriva. Si ribella e lo fa in maniera feroce. Però c’è anche dell’ironia. Il costume era il 50 percento del personaggio: il cappello a punta, i visoni stretti, le cose maculate. Un po’ Crudelia De Mon. Una volta apparecchiata con quella maschera…».

Com’è lavorare col marito?

«Se siamo sul set insieme, ognuno ha la sua stanza d’albergo. A casa meno male che posso confrontarmi con una persona di cui apprezzo il gusto, lo sguardo. Renato mi ha chiesto di vedere un documentario su Doris Duranti, l’attrice in auge nel ventennio fascista, ma anche Sunset Boulevard e Bastardi senza gloria di Tarantino. Ho rivisto anche come fuma la sigaretta Sharon Stone in Basic Istinct. Mi ha fatto avvicinare con dei riferimenti importanti per poi dirmi, sii te stessa, sii sfrontata, sii spudorata, sii affascinante. Mi ha chiesto di fare un provino con due scene, una è quella in cui Timi me ne dice di tutti i colori. In questo caso il ruolo non l’aveva pensato per me».

Si potranno fare film sul Duce nell’Italia di Giorgia Meloni?

«Confido nella sua intelligenza politica. Intanto questo è un film pensato tre anni fa e non è politico ma una commedia, un film d’amore, di Netflix che va in 190 paesi. Io penso che non avremo estremismi di censura, non penso che torneremo indietro su temi come l’aborto, le minoranze e altre conquiste civili».

Sulla solidarietà alle donne iraniane calpestate e uccise le attrici francesi sono state più coraggiose di quelle italiane.

«Il taglio dei capelli di Isabelle Huppert, Cotillard, Adjani, Béjo…Ci ho pensato ed è vero, loro si sono mobilitate, da noi c’è stata un po’ di timidezza, è vero che sto girando un film, quello di Daniele Luchetti con Elio Germano, ma potevamo inventarci qualcosa».

Bérénice Bejo ci ha detto che in Francia le attrici non hanno la dittatura del corpo.

«Ricordo quando a Londra andavo a King’s Road con abiti eccentrici, poi tornavo a Roma e li dismettevo. Siamo italiani, abbiamo un senso estetico diverso, siamo belli anche così. L’Italia è un paese meraviglioso».

Qui lei è una diva del passato: come vive il tempo che passa?

«Ho lavorato sulla solitudine di Nora. Io…A volte mi disturba che non riesca a dire che sto peggio ora. Non ho angoscia né fastidio, ho sviluppato il senso dell’umorismo, non mi guardo nemmeno allo specchio, poi certo alla Festa vado truccata. Mi sento libera, anche nello sguardo degli uomini su di me. Le attrici giovani mi vedono come un miracolo, ero esplosa quando avevo 17 anni…».

In questo film ha giovani attori intorno.

«Pietro Castellitto ha una bella testa intelligente, Matilda De Angelis ha un talento straordinario, sono una pessima cantante e non avrei mai potuto fare il suo ruolo, Filippo Timi magari non ti parla prima del ciak, poi entra e ti fa volare, recitare con lui è ballare un tango».

Ha mai conosciuto un periodo di crisi?

«Ho scavallato un periodo di fermo, verso i 40 anni. Galleggiavo nel limbo, non potevo più raccontare la seduzione e nel cinema non c’erano ruoli per donne adulte. Con le piattaforme c’è una diversità di linguaggi e contenuti. Io sono una che va in sala, purtroppo la crisi temo sia irreversibile. A me succede anche di non vedere l’ora di seguire un film sul computer, sdraiata a casa».

Torna alla Festa del cinema dopo un’esperienza tumultuosa.

«E la chiamano estate in cui, nel 2012, vinsi sia io come attrice che il regista Paolo Franchi. Con i giornalisti fu come stare nella fossa dei leoni; lì mi ero messa a nudo nel vero senso della parola, ci fu un rifiuto a vedermi così. Ricordo i fischi e però io ero orgogliosa di quel premio. Lo dedicai ai miei figli, alla mia curiosità, a progetti che possono sembrare pericolosi. Però è stato crudele come può essere crudele il cinema, che amo così tanto».

16 ottobre 2022 (modifica il 16 ottobre 2022 | 07:36)

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