«Agente 007 – licenza di uccidere» compie 60 anni. Ovvero le prove generali di una leggenda

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di Filippo Mazzarella

Il rimo episodio di James Bond appare datato sotto un punto di vista tecnico e narrativo, ma, a partire da Sean Connery, il destino grandioso del progetto è già scritto

A quasi dieci anni dalla sua prima apparizione letteraria (il romanzo “Casino Royale”, 1953), l’agente segreto del controspionaggio inglese James Bond creato da Ian Fleming debuttò nella sua veste cinematografica con una première londinese il 5 ottobre del 1962 (da noi il film sarebbe uscito solo nel gennaio successivo) di “Agente 007 – Licenza di uccidere” (Dr. No), trasposizione del sesto romanzo edito nel 1958. I produttori Saltzman e Broccoli volevano esordire con un adattamento dell’allora fresco di stampa “Operazione Tuono” (“Thunderball”, 1961, nono capitolo che diventerà poi il quarto filmato), ma la messa in cantiere del film fu ostacolata da inattese grane con lo sceneggiatore incaricato; e ripiegarono quindi, anche per motivi di contenimento del budget, su una delle sue missioni relativamente più facile da filmare.

Ancora non sapevano esattamente, sebbene lo sperassero (il film è sempre stato pensato come l’abbrivio di una serie) che il successo dell’operazione non solo avrebbe consentito loro di investire capitali sempre più ingenti, ma che il personaggio si sarebbe trasformato in un’icona (mutante) dell’immaginario popolare globale; né che in qualche misura avrebbero contribuito a riplasmare dalle radici l’industria cinematografica seriale. Subentrato a Ken Hughes, Guy Green e Guy Hamilton (anche se quest’ultimo firmerà poi alcuni dei più riusciti e popolari segmenti della serie), il regista Terence Young si ritrovò di fronte a una sorta di tabula rasa: e a lui va in parte ascritto il merito di aver predisposto tante delle caratteristiche che hanno poi decretato archetipicamente atmosfere e ricorrenze della saga. Dalla sottile ironia (qui non ancora pienamente sviluppata) alla presenza immancabile delle cosiddette “Bond girls” (con l’apparizione mozzafiato in bikini della prima e più iconica di una lunghissima serie: la splendida Ursula Andress), dalla sequenza gunbarrel dei poi sempre più fantasiosi titoli di testa curati da Maurice Binder al gusto per le scenografie gigantesche ed eccentriche (di Ken Adam, che ne curò successivamente altre cinque), alla stanzialità dei comprimari (debuttano qui sia il “capo” M sia il maggiore Q, ma anche la signorina Moneypenny, interpretata per ventitré anni da Lois Maxwell, segretaria infatuata di Bond e oggetto di allusioni sessiste che oggi non passerebbero il vaglio dei censori).

In “Agente 007 – Licenza di uccidere” (il titolo italiano fa riferimento proprio al doppio zero anteposto al “numero di serie” della spia, che ne indica la liceità di assassinare i nemici), James Bond (Sean Connery) viene inviato in Giamaica da M (Bernard Lee) per indagare sulla scomparsa di un collega; finirà con l’unirsi all’agente CIA Felix Leiter (Jack Lord) e all’affascinante Honey Ryder (Ursula Andress) fronteggiando sull’isola di Crab Key la minaccia del sinistro dr. Julius No (Joseph Wiseman), affiliato alla SP.E.C.T.R.E. (l’organizzazione che negli anni gli darà parecchio filo da torcere), col solito “vecchio sogno” di dominare il mondo. Visto oggi, l’esordio di Bond sul grande schermo è poco più che una prova generale per i fasti a venire: inevitabilmente datato sul piano tecnico e a tratti incerto su quello narrativo, funziona comunque tuttora come una capsula spaziotemporale in grado di restituire un’epoca e le sue tensioni geopolitiche (la Guerra Fredda in primis, benché del tutto marginale alle vicende narrate: cosa che sarà invece cruciale nel secondo capitolo “Dalla Russia con amore”); ma soprattutto come la testimonianza in presa diretta della costruzione del personaggio da parte del mitico Sean Connery, per molti ancora l’unico vero 007.

Se Fleming avrebbe voluto nel ruolo David Niven (che poi divenne l’agente solo in occasione della parodia quasi apocrifa “James Bond 007 – Casino Royale”, 1969) e in seconda analisi Roger Moore (all’epoca popolarissimo per la serie “Il Santo”: diventerà il terzo Bond nel 1973, dopo il temporaneo abbandono di Connery e l’unica apparizione nel ruolo di George Lazenby nel capolavoro “Al servizio segreto di Sua Maestà”), Saltzman e Broccoli desideravano invece per il ruolo il già ultracinquantenne Cary Grant, che poi saggiamente si fece in disparte. A spuntarla fu l’allora semisconosciuto attore scozzese, il cui volto somigliava a quello immaginato dal disegnatore McLusky per le strisce a fumetti coeve, scelto come leggenda vuole dopo che la moglie di Saltzman lo notò nel film Disney “Darby O’Gill e il re dei folletti”. L’entrata in scena di 007 avviene al casinò, sottolineata dal tema musicale immortale composto da Monty Norman, mentre il personaggio declina iconicamente le sue generalità (“Bond. James Bond”) stringendo una sigaretta senza filtro tra le labbra: il resto è storia. Connery impersonò Bond sei volte dal 1962 al 1971 (fatta eccezione per la già citata unica parentesi di Lazenby) e tornò nei suoi panni solo nel 1983 con il non ufficiale “Mai dire mai”. Gli succedettero Roger Moore (sette film), Timothy Dalton (due), Pierce Brosnan (quattro) e Daniel Craig (cinque, tra i quali il luttuoso e temporaneo epilogo della serie “No Time to Die”, 2021, di Cary Fukunaga), responsabile suo malgrado di un radicale lifting “contemporaneizzante” del personaggio: ma la sua eredità resta fondamentale.

5 ottobre 2022 (modifica il 6 ottobre 2022 | 08:00)

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