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«Anatomia di uno scandalo», un giallo da tribunale che affronta il tema dello stupro (voto 8)- Corriere.it

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di Maurizio Porro

Un legal drama targato Netflix, con Sienna Miller e Rupert Friend, tratto dall’omonimo romanzo di Sarah Vaughan

David E. Kelley, esperto di piccoli e grandi scandali e di piccole bugie funzionali, e Melissa James Gibson hanno sviluppato, dal romanzo di Sarah Vaughan (Einaudi) questa serie in 6 episodi di 45’ che è
un abile court movie, un giallo da tribunale, ideato e scritto con molta maestria e un filo di sadismo verso le istituzioni inglesi
capaci di tutto, su un tappeto rosso di ricatti senza riscatti.

«Anatomia di uno scandalo», da vedere su Netflix, è degno di illustri precedenti: per esempio, il fatto che alla fine, quando tutto sembra risolto, tutto riparta quasi da capo per un colpo di scena annunciato, ci fa ricordare un capolavoro di Agatha Christie e Billy Wilder, «Testimone di accusa», in più col piacere che si prova quando vanno in pezzi i privilegi morali e materiali dei pezzi grossi e se si parla di british ancora meglio dopo la Brexit. Ottimi e abbondanti sono nella mini serie i riferimenti alla gioventù dorata di Oxford, dove le feste e il libertinaggio era sfrenato e permesso, la moralità molto relativa, tasso alcolico elevato, come ci avevano ricordato in anni ribelli i film di Anderson e gli “incidenti” di Losey.

Qui siamo oggi, in una bella famiglia borghese londinese, dove il padre, James Whitehouse (Casa Bianca il cognome…), ministro degli interni dei conservatori Tory, amico intimo di gioventù del primo ministro, rimbalza clamorosamente sulle prime pagine dei giornali per una love story, neanche tanto breve e insignificante come vorrebbe far credere, con la sua ricercatrice di studio. Una volta passi, due volte prendi la porta, commentano i colleghi. Sesso puro, dice alla moglie avvertita ma preoccupata per l’equilibrio affettivo familiare dei due figli. Un sesso che si svolgeva, oltre che in stanze d’hotel, anche in luoghi meno deputati, alla Camera, e anche nei suoi ampi ascensore.

Proprio lì, ora la segretaria accusa di essere stata stuprata e la triste faccenda finisce in tribunale, dove appare la vera protagonista, l’avvocatessa che difende la ragazza e diventerà parte integrante della storia che non possiamo rivelare. È la bravissima lady Mary Crowley di «Downtown Abbey» in un ingrato ruolo duplice, benissimo risolto, con aristocrazia di mezzi espressivi, anche in vista di attesi sviluppi in prossime stagioni. Il merito dello spettacolo è sadicamente quello di seguire le fasi del dibattimento, con avvocati e giudice imparruccati, il padre fedifrago di famiglia imputato e la moglie che osserva, ascolta e impallidisce dal loggione del pubblico. Non mancano i momenti di tensione in cui sembra che anche la pazienza familiare abbia un limite, ma i continui rimandi al passato, con flashback universitari debosciati, fanno sì che la storia si arricchisca di altri sviluppi e situazioni e non si impantani nel melò a porte chiuse, anche se con tata russa presente.

Il perfetto cast fa parte dei meriti e del successo: oltre alla Dockery, che accusa, imbroglia, soffre in prima persona, ci sono la bella Sienna Miller nel ruolo della moglie, Rupert Friend è il seduttivo ministro consorte che si rivela forse stupratore seriale erede di storici incubi inglesi, ma di cui viene di continuo messa in risalto la bellezza (un Adone, specie quando lo vede giovane ed è Ben Radcliffe); infine Naomi Scott, bella brava volenterosa nello scalare il potere del partito di Boris Johnson, mai chiamato in causa, e non così innocente vittima come pare.

Momenti di attualità, quando il nostro parla di un emendamento all’immigrazione certo non progressista; attimi di pensosa ilarità quando si conia l’acronimo della violenza sulle donne: VAMP, Vagina, ano, mouth-bocca, penis, degno di Mae West. Alla fine lo spettacolo è quello del #MeToo, con accuse che tornano dal passato a controllare il tasso di tolleranza delle mogli tradite in flagranza di reato sessuale.

«Non drammatizziamo, è solo questione di corna», diceva il brutto titolo italiano di un bel film di Truffaut del 1970. Qui il nocciolo della questione è morale, per dirla alla Graham Greene, si tratta della questione del consenso che una donna deve dare al consumo dell’atto sensuale: bisogna bussare e attendere che si apra la porta, senza forzare la serratura, in metafora freudiana. L’arroganza virile, come i dottorandi dimostrando scolando champagne di marca, esiste da sempre e forse è anche sexy, perché il potere per sua natura imbroglia e manipola, ed anche la bellezza fa la sua parte, è complice.

Insomma questa «Anatomia» farà molto discutere anche in collettivi femministi, che potrebbero anche ammirare le toilettes di Sienna Miller. La brava attrice, nel suo piccolo, ha vissuto dal vivo una questione simile al legal thriller diretto da S. J. Clarkson quando Jude Law la tradì con la baby sitter e non con una laureata, versione kitch quindi.

13 luglio 2022 (modifica il 13 luglio 2022 | 07:05)

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