Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere tre dei quattro arrestati dai carabinieri con l’accusa di  aver compiuto l’attentato davanti all’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci a Pomezia, vicino Roma, nell’ottobre del 2025. 

Gli  interrogatori di garanzia si sono svolti nel carcere di Rebibbia davanti al gip e alla presenza del pm Carlo Villani. I quattro arrestati, tre uomini e una donna, sono accusati a vario titolo di  detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque  persone e con modalità di tipo mafioso. Domani è in programma  l’interrogatorio della donna che si trova ai domiciliari.

Ranucci è stato ascoltato per un’ora in Procura

E’ durata circa un’ora l’audizione del giornalista Sigfrido Ranucci in Procura, a Roma in merito all’attentato. Al termine dell’atto istruttorio, il conduttore di Report ha affermato: “al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi. Mi hanno prima di tutto chiesto se conoscevo gli arrestati di martedì e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda”. Gli inquirenti hanno chiesto a Ranucci su possibili “attriti con personaggi finiti al centro dell’inchieste giornalistiche. Nessuna pista è esclusa compresa quella del gesto isolato, di un pazzo”, ha aggiunto. 

La sera del 16 ottobre 2025, a Pomezia (frazione di Torvaianica), un ordigno è esploso davanti al cancello della abitazione del giornalista televisivo, distruggendo due sue due autovetture  parcheggiate davanti casa e danneggiando il muro perimetrale.
L’attività investigativa è stata particolarmente complessa e ha richiesto l’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, rilievi tecnico scientifici e l’esame di tutti i tabulati telefonici della vasta cella interessata, consentendo di ricostruire in modo minuzioso le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione criminosa. 

L’attentato contro Sigfrido Ranucci sarebbe stato eseguito su incarico di un mandante non ancora identificato. È quanto emerge dall’ordinanza cautelare della gip di Roma Iole Moricca, secondo cui gli elementi raccolti delineano l’esistenza di “un soggetto terzo o di un gruppo di soggetti terzi” che avrebbe organizzato e sostenuto l’azione degli esecutori materiali.

 

Il commando ha agito su commissione

Il commando avrebbe agito su specifico mandato di terze persone, allo stato non identificate, come “favore” e dietro compenso economico. I mandanti si sono adoperati per garantire supporto per tutelare i presunti esecutori, fornendo fondi, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e pianificando una loro eventuale fuga all’estero.   

Gli indagati hanno tentato in più occasioni di ostacolare le indagini effettuando bonifiche per cercare microspie, distruggendo schede Sim e concordando linee difensive omertose per dissimulare il loro coinvolgimento e coprire i mandanti.

“Usata gelatina da cava”

I rilievi tecnico scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che l‘ordigno era costituito da una carica detonante composta da gelatina da cava, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, “indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente” per gli inquirenti.    

Una telecamera installata sulla strada statale 148 Pontina, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, ha permesso di individuare una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno della vettura nelle ore immediatamente successive all’attentato. 

L’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico è stata di assoluto rilievo per le indagini. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.

I nomi degli arrestati

Gli arrestati sono Antonio Passariello, residente nel comune di  Cicciano, in provincia di Napoli, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, tutti residenti nell’Avellinese. I quattro hanno precedenti penali per droga e il 53enne in particolare tra i  precedenti ha anche il sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione. La procura di Roma nella richiesta di arresto  contestava l’accusa di strage, non riconosciuta poi dal gip nell’ordinanza.

L’intercettazione, uno dei quattro arrestati: “Messa bomba, facciamo la storia”

“La bomba sono andato a mettere la’! Facciamo la storia”: questa la frase di uno dei quattro arrestati in una intercettazione citata nelle 107 pagine di ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’indagine legata all’attentato. In merito ai mandanti l’indagato intercettato afferma di avere operato su commissione: “mi contattò uno () lo sai com’è () quando vai a Roma”. In un’altra conversazione un indagato ha affermato: “Quando siamo andati a fare il fatto!”, riferendosi all’attentato di Pomezia. “Sei sott’occhio, per quella cosa che hai fatto a Roma”, dice un altro interlocutore a un indagato, “tie’ guarda quando fai le cose di nascosto, io come ti trovi nei casini!…l’indagine presume che è stato uno della Campania, lo sai cosa significa? Che si sono presi tutte le telecamere da Roma a scendere giù, tutte le auto”. 

 

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