Un duplice omicidio. A distanza di tre mesi dalla loro morte non ci sono dubbi: Antonella Di Jelsi e la figlia Sara Di Vita sono state intenzionalmente avvelenate. Chi le ha volute uccidere voleva forse, inoltre, sterminare l’intera famiglia di Pietracatella.

Non è stata quindi una intossicazione alimentare avvenuta durante la cena di Natale, come inizialmente ipotizzato, alla base del doppio decesso della cinquantenne e della ragazza di appena quindici anni: nel loro sangue sono state trovate tracce inequivocabili di ricina, un potentissimo veleno insapore e inodore.

In quei giorni, inoltre, sfiorarono la morte anche gli altri due membri della famiglia molisana: Gianni, marito e padre delle due vittime, venne ricoverato allo Spallanzani di Roma mentre la figlia più grande della coppia sarebbe stata risparmiata non avendo preso parte alla cena fatale.

Antonella Di Jelsi e Sara Di Vita (in basso al centro), morte all’ospedale di Campobasso per una sospetta intossicazione alimentare (Ansa/Facebook)

La Procura di Larino ha ufficialmente aperto un fascicolo per omicidio premeditato contro ignoti mentre nel paese della famiglia, Pietracatella, 1200 abitanti si è passati dal dolore per le morti inaspettate allo sgomento vero e proprio. 

La domanda che in tanti si pongono è chi voglia aver voluto sterminare quella che da tutti è stata descritta come una famiglie perbene ed esemplare. 

Per la Procura di Larino adesso è fondamentale, per riuscire a identificare il colpevole, individuare il momento in cui è avvenuta l’assunzione della sostanza e dove si stata sciolta, se nel cibo – e, quindi, in quale portata esattamente –  o se in qualche bevanda.

La casa in cui risiedeva la famiglia Di Vita, e dove sarebbe avvenuta l’opera di avvelenamento, è ancora sotto sequestro: la scientifica dovrà riesaminare l’abitazione per cercare eventuali tracce residue di ricina tra le stoviglie. 

Escluse le prime ipotesi di botulino, funghi velenosi, pesticidi e sostanze chimiche comunemente associate a intossicazioni acute, l’inchiesta si è così spostata nei laboratori, con una rete di analisi complesse che ha coinvolto il Policlinico di Bari per i campionamenti d’organo, il Centro antiveleni Maugeri di Pavia per gli aspetti tossicologici e l’Istituto zooprofilattico per le matrici alimentari. A questi sono aggiunti un laboratorio in Svizzera e ricerche arrivate fino in America, dove la ricina è stata protagonista di casi di avvelenamento simili a quello molisano.

Due volte dimesse dall’ospedale 

“Siamo sorpresi, non potevamo mai immaginare una cosa del genere, uno sviluppo di questo tipo”, il commento dell’avvocato Paolo Lanese, legale che assiste il fratello di Antonella Di Ielsi. 

Fino a questo momento l’inchiesta si era infatti concentrata su un possibile errore medico

Epatite fulminante, la primissima ipotesi valutata dopo la morte di madre e figlia dopo che le due donne si erano presentate due volte all’ospedale a seguito di quella che inizialmente sembrava essere stata una intossicazione alimentare particolarmente aggressiva caratterizzata da febbre e vomito violenti

Decedute a poche ore di distanza, tra la sera del 27 e il mattino del 28 dicembre, per quella che inizialmente sembrava una tossinfezione non trattata a dovere, cinque medici erano finiti nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo mentre mentre tra Roma e Campobasso erano iniziati i test sul cibo consumato nel giorno della Vigilia, (cozze, seppie, baccalà, funghi) e su quello dei pasti del giorno prima, quando a tavola c’erano solo i tre che poi si sono sentiti male.

Ebbi l’impressione che qualcosa di esterno all’organismo impedisse al cuore di ripartire”, Ia dichiarazione di Vincenzo Cuzzone, responsabile del reparto di Rianimazione del Cardarelli. “I quadri clinici hanno avuto un’evoluzione veramente rara che ha portato rapidamente al decesso nonostante le forme di supporto intensive che abbiamo messo in atto”. Quindi ‘l’insufficienza epatica e poi una cascata di eventi uno dopo l’altro, con una velocità veramente unica che ha portato a un’insufficienza multiorgano”. 

Una famiglia stimata e perbene: le ombre sui rapporti più stretti intorno a loro

Sara, 15 anni appena, era studentessa del liceo classico: è stata lei la prima ad essere ricoverata al Cardarelli. Le sue condizioni di salute si erano aggravate in poche ore e per questo era stata portata di nuovo al pronto soccorso dove venne deciso il ricovero. In serata le sue condizioni erano precipitate con “rara velocità”, come aveva spiegato Vincenzo Cuzzone, per poi morire intorno alle 23.

Proprio in seguito al suo decesso i medici avevano quindi deciso di ricoverare anche la mamma della ragazza, Antonella Di Jelsi, che presentava sintomi simili a quelli della figlia. Anche per lei, poche ore dopo, non c’era stato più niente da fare. La donna era una stimata commercialista della zona.

Gianni di Vita, 55 anni, a sua volta avvelenato ma non al punto dal perdere la vita e rimasto ricoverato per una settimana, è stato dal 2006 al 2015 sindaco di Pietracatella, eletto per due volte dai residenti. Attualmente ricopre la carica di consigliere comunale di maggioranza. Ha ricoperto in passato anche l’incarico di tesoriere regionale del Pd. 

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