«Black bird», storia vera dall’intrigo psicologico appassionante (voto 8 e mezzo)- Corriere.it

0
31
di Maurizio Porro

Le cinque puntate disponibili su Apple Tv+ sono talmente ben congegnate che si attende con impazienza il seguito

È solo per ora un’ottima miniserie in 5 puntate quella di «Black bird», disponibile su Apple Tv+, ma certo proseguirà. È una storia vera degli anni 90, ma sembra così ben congegnata da essere una perfetta fiction con un campione di football, bello e popolare, colpevole di spaccio di droga e rinchiuso in carcere con la promessa di dieci anni di soggiorno a meno che non faccia confessare, usando il suo carisma, il recluso della porta accanto, sospetto serial killer più disturbato del solito. Ci sono due ottimi personaggi che si fronteggiano in un intrigo psicologico inestricabile e poco alla volta i due, tentando una sospettosa amicizia, acquistano intimità, ed anche sospetti e rimorsi.

Tutto grazie alla bravura incrociata e complementare di due attori come il 32enne Taron Egerton (Elton John in «Rocketman») l’infiltrato Jimmy, e il formidabile Paul Walter Hauser («Richard Jewell»), con una iconografia del viso che confessa turbamenti e problemi di un gemello che fin dalla placenta è stato molestato dall’altro, rimanendogli solo le briciole di una gestazione infernale che poi avrà i suoi nevrotici risultati dopo il parto. Infine come padre della “spia” c’è per l’ultima volta quel bravo ragazzo scorsesiano di Ray Liotta (morto da poco, il 26 maggio) un ex poliziotto che cerca di aiutare il figlio in prigione. La serie creata e prodotta da Dennis Lehane (“Shutter island”, “Mystic river”, “Gone, baby gone” ottime credenziali da thriller) è l’adattamento del libro autobiografico dal titolo infinito: “In with the Devil: a fallen hero, a serial killer, and a dangerous bargain for redemption” scritto da James Keene e Hillel Levin ed ispirato, come si diceva e come è diventato ormai usuale nelle serie (vedi “Staircase”), a un vero fatto di cronaca.

In queste prime cinque puntate, che non esauriscono nemmeno la metà del titolo del romanzo, conosciamo i caratteri dei due protagonisti che si fronteggiano con rispettivi sospetti, occhiate guardinghe e spigoli inesplorati. Noi sappiamo che il serial killer è più che presunto, ha spesso avuto a che fare con ragazzine di campagna in bici, ma mancano le prove, manca la confessione-redenzione, ed è questa che il nostro, usando il suo fascino discreto, cerca di ottenere, in costante contatto col direttore del carcere e con degli psicologi, anche per uno sconto sui suoi dieci anni di pena. Per buona parte è dunque un prison movie con alcuni punti focali classici, ma è il duello silenzioso tra i due protagonisti che rinnova ambiente e clima, rendendo le puntate di circa un’ora l’una sempre più appassionanti, mentre con attenzione e timore il nostro si avvicina al serial killer per strappare dal profondo delle sue nevrosi una confessione che permetterà di ritrovare i cadaveri delle sue giovani vittime (sarebbe anche pedofilo) prima della sentenza di appello che manderebbe tutto a futura memoria.

Bisogna fare in fretta ed entrare nella mente turbata e disturbata dell’assassino che, pur solitario per natura, è però molto orgoglioso delle attenzioni curiose del detenuto della porta accanto. Ottima la regìa dei primi tre episodi, del belga Michael R. Roskam, nominato agli Oscar per un film straniero, ed anche coproduttore della serie di cui attendiamo con discreta impazienza inevitabile seguito.

19 ottobre 2022 (modifica il 19 ottobre 2022 | 07:43)

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here