C’è anche uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Emanuele Durante, nel marzo di un anno fa, tra i 71 presunti esponenti della camorra di Napoli finiti all’alba nella rete del maxiblitz congiunto di polizia e carabinieri coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea. Si tratta dell’uomo al volante dell’auto dalla quale poi il killer sparò a Santa Teresa degli Scalzi e sarebbe legato alla famiglia di Emanuele Tufano, ucciso cinque mesi prima a piazza Mercato.
Una rete di parentele e connessioni che dice tanto della pervasività dei clan in città, così come dicono tanto gli altri 70 arresti che hanno decimato reggenti e manovalanza dei Mazzarella a Forcella, dei Pirozzi-Savarese alla Sanità e dei Contini a Secondigliano. Clan capaci di rigenerarsi nonostante l’azzeramento dei vertici in passato, come nel caso proprio dei Contini dopo i 126 arresti del 2019 e di altri clan del centro.
Impressiona l’enorme quantità di armi a disposizione per effettuare le stese funzionali all’assoggettamento dei vari territori, un vero e proprio controllo militare. E poi i soldi a fiume provenienti soprattutto dallo spaccio, messo in atto anche nel carcere di Poggioreale. Un flusso di denaro utilizzato per sostenere le famiglie dei detenuti e pagare gli avvocati delle cosche.
Nel servizio le interviste al procuratore aggiunto di Napoli Sergio Amato e al procuratore di Napoli Nicola Gratteri.