Chiuso lo stretto di Hormuz, a rischio un quinto del petrolio mondiale

I pasdaran chiudono lo Stretto di  Hormuz, rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio,  da sempre utilizzata dall’Iran come merce di scambio nello  scacchiere geopolitico, oggetto di ripetute minacce nei momenti  di crisi più grave. Lo stretto è un corridoio vitale che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America, definito  dall’Energy information administration statunitense (Eia), “uno  dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.    

Lo stretto di Hormuz si estende per 560 chilometri, arrivando a una larghezza massima di 320 chilometri. In pratica è un braccio di mare, un po’ più largo e un po’ meno lungo dell’Adriatico. 

Un’infografica dello “Stretto di Hormuz” creata ad Ankara, Turchia, il 17 giugno 2025 (getty)

23/06/2025

Attraverso lo stresso passa circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di  barili al giorno. Stesso dicasi per il gas: circa un quinto del  commercio monsiale di gnl ha transitato attraverso Hormuz nel  2024, principalmente dal Qatar. 

Oltre l’80% del petrolio e del  gas che attraversano lo stretto è destinato ai mercati asiatici.  Non a caso, oltre agli Stati Uniti, la Cina – primo beneficiario  delle esportazioni energetiche iraniane – risulterebbe tra i  Paesi più danneggiati da una chiusura prolungata. 

Anche per l’Iran Hormuz è però un passaggio fondamentale. Gli analisti  hanno più volte definito un potenziale blocco dello stretto un  vero e proprio suicidio per il Paese.    

Dal 1979 ad oggi, in circa 20 occasioni Teheran ha minacciato  di interrompere i transiti, a partire dagli anni della guerra  contro l’Iraq (1980-88). I momenti di tensione si sono registrati con maggior frequenza a partire dalla crisi economica del 2008,  con un picco registratosi tra il 2018 e il 2022. In quel periodo  l’Iran non ha esitato a prendere di mira, direttamente e tramite  i suoi alleati in Iraq e Yemen, interessi petroliferi occidentali negli Emirati e a largo delle coste di Abu Dhabi.   

Proprio sulla scorta di queste continue minacce, da anni Riad  e Abu Dhabi hanno in parte dirottato il traffico di greggio via  terra passando per gli oleodotti che, nel caso saudita, tagliano  il regno dal Golfo a est fino al Mar Rosso a ovest e, nel caso emiratino, aggirano Hormuz passando alle sue spalle verso  l’Oceano Indiano. 

La capacità di transito alternativa rimane però limitata: circa 2,6 milioni di barili al giorno, secondo l’Eia.   

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