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Home » Clima, falliti gli obiettivi del 2015. Lula sferza 50 leader prima di COP30
Ambiente

Clima, falliti gli obiettivi del 2015. Lula sferza 50 leader prima di COP30

Di Sala Notizie7 Novembre 20257 min di lettura
Clima, falliti gli obiettivi del 2015. Lula sferza 50 leader prima di COP30
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Clima, falliti gli obiettivi del 2015. Lula sferza 50 leader prima di COP30

Belém è una città fluviale del Brasile tra l’Amazzonia e l’Atlantico, ha 1,4 milioni di abitanti, metà dei quali vive nelle baraccopoli o favela. Ora si trova per la prima volta a ospitare un grande evento internazionale, nonostante diverse preoccupazioni sull’insufficienza delle sue infrastrutture. Lunedì partiranno infatti i lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 2025 (Cop30), che mai prima d’ora avevano avuto per sfondo la più grande foresta del pianeta Terra.

Già da oggi però si sono riuniti  una cinquantina di capi di Stato e di governo su invito del presidente  Luiz Inacio Lula da Silva per il Belém
Climate Summit, un pre-vertice per provare a fare qualche passo avanti nelle discussioni prima dell’inizio della Conferenza vera e propria. Mancano all’appello però quattro delle cinque economie più inquinanti del mondo: Cina, Usa, Russia e India. Gli Stati Uniti guidati da Donald Trump, quest’anno, non manderanno rappresentanti di alto livello neanche alle riunioni principali di Cop30. 

Lula, nel suo intervento, ha avvertito  che “la finestra di opportunità” per agire contro il riscaldamento globale “si sta chiudendo rapidamente”, all’apertura del vertice dei capi di Stato e di governo che precede la COP30 a Belém. “Le forze estremiste fabbricano menzogne per ottenere vantaggi elettorali e imprigionare le generazioni future in un modello superato che perpetua le disparità sociali ed economiche e il degrado ambientale”, ha denunciato. Per il presidente brasiliano, “accelerare la transizione energetica e proteggere la natura sono i due modi più efficaci per combattere il riscaldamento globale. Nonostante le nostre difficoltà e contraddizioni, abbiamo bisogno di una tabella di marcia per pianificare in modo ponderato ed equo lo sforzo necessario per invertire la deforestazione, superare la dipendenza dai combustibili fossili e mobilitare le risorse necessarie per raggiungere questi obiettivi”. Tuttavia, “in un contesto di insicurezza e sfiducia reciproca, gli interessi egoistici immediati prevalgono sul bene comune a lungo termine”.

Lula ha anche menzionato le “centinaia di popolazioni indigene dell’Amazzonia” che, secondo lui, soffrono del “falso dilemma tra prosperità e conservazione” dell’ambiente. “Ecco perché è giusto che siano gli amazzonici a chiedere cosa sta facendo il resto del mondo per evitare il collasso della loro casa”, ha aggiunto.

In questi giorni hanno già iniziate a farsi sentire le proteste ambientaliste: in quella mostrata nel video a seguire, organizzata da Oxfam, una tra le più importanti ong globali, i leader globali vengono raffigurati impegnati a rilassarsi e dormire “mentre il mondo brucia”, spiega la direttrice esecutiva Viviana Santiago.

Lula sta fronteggiando molte critiche per avere dato via libera all’esplorazione petrolifera al largo dell’Amazzonia. “È molto contraddittorio”, afferma Angela Kaxuyana, della Coordinazione delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana. “Gli stessi governi” che si impegnano per il clima “negoziano l’esplorazione petrolifera” della più grande foresta tropicale del pianeta. 

Comunque, tra gli obiettivi del presidente brasiliano c’è quello di promuovere una sua proposta, il Tropical Forest Forever Facility (Tfff), un meccanismo di finanziamento multilaterale per sostenere la conservazione delle foreste in pericolo e delle popolazioni che vi abitano. Il Brasile ha chiesto ai paesi di investire nel fondo. Ma il Regno Unito, che ha contribuito a definire le modalità di funzionamento del fondo, ha deluso le aspettative mercoledì, rivelando che non avrebbe offerto alcun contributo in denaro. Il Brasile ha offerto il primo investimento, apre una nuova scheda di 1 miliardo di dollari a settembre, e la scorsa settimana l’Indonesia si è impegnata a fare altrettanto, ha detto Lula. Anche la Cina ha dichiarato che contribuirà, ma non ha ancora specificato l’importo. Nessuno dei paesi ricchi e industrializzati ha finora annunciato contributi.

“Basta parlare, ora è il momento di attuare ciò che abbiamo concordato”, ha dichiarato Lula ai cronisti, spiegando che dato il fallimento dell’obiettivo posto dieci anni fa a Parigi di contenere il riscaldamento globale entro i 1,5°C in più rispetto al periodo preindustriale, non è tempo di nuove grandi decisioni simboliche, ma di impegni concreti per mantenere le promesse del passato, ad esempio sullo sviluppo delle energie rinnovabili. “Molti dei nostri paesi non riusciranno ad adattarsi a un riscaldamento superiore ai 2 °C“, ha spiegato Ilana Seid, diplomatica dell’arcipelago pacifico delle Palau e presidente dell’Aosis. “Alcuni dei nostri paesi atollici non esisterebbero più”.

Una plastica sintesi della situazione l’ha messa in scena Greenpeace a Berlino, proiettando sulla celebre torre della televisione il pianeta un fiamme.

Guterres (Onu): fallito l’obiettivo di Parigi, ogni frazione di grado avrà conseguenze drammatiche

“Abbiamo fallito” l’obiettivo di mantenere il riscaldamento entro 1,5 °C dai livelli preindustriuali, ha denunciato a Belém il segretario generale dell’Onu António Guterres. “Un superamento temporaneo del limite di 1,5 °C, a partire al più tardi all’inizio degli anni ’30, è inevitabile – ha proseguito – abbiamo bisogno di un cambiamento di paradigma per limitare l’entità e la durata di questo superamento e ridurlo rapidamente. Anche un superamento medio temporaneo avrà conseguenze drammatiche. Potrebbe spingere gli ecosistemi oltre punti di non ritorno irreversibili, esporre miliardi di persone a condizioni invivibili e amplificare le minacce alla pace e alla sicurezza. Ogni frazione di grado significa più fame, sfollamenti e perdite, soprattutto per i meno responsabili. Si tratta di un fallimento morale e di una negligenza mortale. Ciò che ancora manca è il coraggio politico. I combustibili fossili continuano a ricevere ingenti sussidi, ovvero il denaro dei contribuenti. Troppe aziende stanno realizzando profitti record grazie alla devastazione climatica, spendendo miliardi in attività di lobbying, ingannando l’opinione pubblica e ostacolando il progresso. E troppi leader rimangono prigionieri di questi interessi radicati. Troppi paesi sono privi delle risorse necessarie per adattarsi e sono esclusi dalla transizione verso l’energia pulita. E troppe persone stanno perdendo la speranza che i loro leader agiscano”. 

Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) ha dettagliato nei giorni scorsi che “l’entità dei tagli necessari e il poco tempo a disposizione per realizzarli fanno sì che la media pluridecennale della temperatura globale supererà ora 1,5 °C, molto probabilmente entro il prossimo decennio”, seppure “riduzioni rigorose delle emissioni nel breve termine potrebbero ritardare il superamento del limite, ma non evitarlo del tutto. Il grande compito che ci attende è quello di cercare di rendere questo superamento temporaneo e minimo, attraverso rapidi tagli alle emissioni che mantengano il ritorno a 1,5 °C entro il 2100 nel regno delle possibilità. Ogni frazione di grado evitata riduce l’escalation dei danni, delle perdite e degli impatti sulla salute che stanno danneggiando tutte le nazioni, colpendo più duramente i più poveri e i più vulnerabili, e riduce i rischi di punti di non ritorno climatici e altri impatti irreversibili”.

Allo stato attuale, se ogni paese manterrà gli impegni presi, le proiezioni variano tra 2,3 e il 2,5 °C entro la fine del secolo (erano tra i 2,6 e i 2,8 °C un anno fa); se questi impegni verranno disattesi e le politiche attuali rimanessero immutate, si arriverebbe a 2,8°C (un anno fa si prevedevano 3,1 °C gradi in più).

Ed è una ben magra consolazione constatare che, tra le principali economie del mondo, l’unica a fare i compiti a casa, cioè a ridurre le emissioni legate a industria e trasporti, è stata l’Unione europea.

Il contributo delle principali economie dell’emissione di gas serra tra il 2023 e il 2024. La colonna LULUCF si riferisce alle emissioni conseguenti alla deforestazione e al consumo di suolo, calcolate separatamente a livello globale (UNEP)

06/11/2025

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