HomeSalute«Contagiato per salvare i suoi pazienti. E lo Stato ci abbandona»

«Contagiato per salvare i suoi pazienti. E lo Stato ci abbandona»

Devi leggere

Durante la pandemia ha continuato a stare accanto ai suoi pazienti. Li visitava, andava a trovarli, li aiutava se erano in difficoltà. A novembre 2020, Mohamad Ali Zaraket, 62 anni, si è contagiato proprio mentre soccorreva uno dei tanti suoi assistiti. Nonostante fosse sano, non ce l’ha fatta. «La sua era una vita al servizio degli altri, una vera e propria missione – racconta tra le lacrime la moglie Maria Angelina – Noi lo vedevamo poco. Per me ora è un dolore continuo, ma nello stesso tempo sono orgogliosa di lui, ne vado fiera».


Ieri il presidente della Federazione degli ordini dei medici, Filippo Anelli, ha denunciato che al Senato è stato cancellato il sub-emendamento sui ristori per le famiglie dei medici morti per il Covid. Cosa ne pensa?
«Ritengo sia gravissimo abbandonare le persone che si trovano in una situazione drammatica, che oltre ad aver perso la persona cara non hanno più neanche il sostegno morale ed economico. Chiudere le porte a una famiglia che ha subito questo dolore mi pare proprio un eccesso di insensibilità».

Infermiere lavora 259 ore di straordinario in pochi mesi nei reparti Covid: trovato morto in bagno

Un carico di dolore in più. 
«La morte di mio marito ci ha lasciato nella più cupa disperazione. Ho tre figli, la vita non è facile, e quindi credo non sia neanche giusto essere ignorati così. Mio marito sapeva che c’era un grosso pericolo, ma non si è tirato indietro perché faceva il medico per passione».

Come si è contagiato?
«Ero con lui quando si è infettato, a novembre del 2020. Stava lavorando nel suo studio medico, quando quasi a fine giornata è arrivato un paziente, febbricitante. Stavamo tutti molto attenti. Quando è entrato quel paziente aveva la tosse. Sono andata subito a prendere una mascherina di plexiglass, per maggiore protezione. Ricordo che all’epoca non ci hanno mai fornito dispositivi di sicurezza. Abbiamo sempre comprato tutto. Mentre lo visitava, tremavo dalla paura, si vedeva che era un caso difficile. Dicevo a mio marito: “Stai attento”. E lui mi ha risposto: “Ma cosa devo fare, io non posso lasciarlo così”. Lo ha visitato, gli ha somministrato del cortisone e poi abbiamo chiamato l’ambulanza».

E poi anche suo marito ha cominciato a sentirsi male?
«Sì. Allora non si sapeva neanche come curarlo. È stato un incubo. È rimasto una giornata intera in un corridoio di un pronto soccorso. Una tragedia nella tragedia. Poi l’hanno ricoverato, ma noi non l’abbiamo più visto. Gli hanno messo il casco, dopo è peggiorato, fino a che il 2 dicembre è morto. Mio marito aveva 62 anni e non aveva nessuna malattia pregressa». 

Alcuni ancora oggi pensano che i medici di famiglia non si siano dati molto da fare durante la pandemia.
«Non è assolutamente vero. Mio marito era instancabile. I pazienti lo adoravano. Dopo la morte, mi hanno raccontato che spesso regalava le medicine a chi non poteva comprarsele. Essendo di origine straniera, la domenica aiutava molti suoi connazionali in difficoltà. Lo chiamavano il medico buono».

Come affronta ora la difficoltà?
«Sto facendo da sola, danno un minimo di reversibilità per una famiglia intera. Ma poi ci sono le tasse universitarie, tutte le altre spese. E allora mi chiedo: ma come si fa a non accettare di dare un contributo?».

Lei quindi non lavora?
«No. Io e mio marito ci siamo conosciuti all’università. Io frequentavo lettere e filosofia. Nel 1988 ci siamo sposati, sono nati tre figli. Essendo tutti lontani dalle nostre famiglie di origine, lui è nato in Libano e io nel sud Italia, ho preferito rinunciare alla mia professione per seguire i bambini. Adesso sto lottando con tutta me stessa per superare le difficoltà. Mi sento una guerriera. Nonostante il dolore, devo portare avanti il progetto che avevo intrapreso con mio marito. Voglio che realizzino tutti e tre e i loro sogni, dopodiché mi sentirò fiera della mia vita».

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here