Crans Montana, come si curano i gravi ustionati? Il lungo percorso per salvare i sopravvissuti

La priorità resta salvare la vita ai ragazzi ricoverati in terapia intensiva e coinvolti nella strage di Cras-Montana, cercando di ridurre la superficie del corpo ustionata per stabilizzare le loro condizioni ed evitando il rischio di uno scompenso generale; ma contemporaneamente si apre un lungo percorso di cure per le gravi ustioni. Ma cosa si intende per “gravi ustionati” e come si curano? 
“Per gravi ustionati si intendono pazienti che hanno riportato ustioni tali da compromettere in modo significativo le funzioni vitali dell’organismo e che, per questo, necessitano di cure altamente specialistiche in centri dedicati. Nel caso di adulti, la superficie corporea interessata dall’ustione è superiore al 20%, nel caso dei bambini superiore al 10%”. A spiegarlo è Franco Bassetto, presidente della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva-rigenerativa e direttore del Centro Grandi Ustionati di Padova. “Oltre che dall’estensione, la gravità di un’ustione dipende dalla profondità della lesione, dalla sede (viso, mani, piedi, genitali, articolazioni), dall’eventuale inalazione di fumi o gas tossici, dall’età del paziente e dalla presenza di patologie concomitanti. La cura avviene in step in diversi, con il coinvolgimento di equipe multidisciplinari. La rapidità di intervento è fondamentale per la prognosi e i risultati futuri”. 

Il trattamento dei gravi ustionati

Nella fase iniziale l’obiettivo è salvare la vita– precisa il presidente della Sicpre- per cui è fondamentale stabilizzare il paziente, ripristinare l’equilibrio dei liquidi, garantire una respirazione adeguata, prevenire lo shock e le infezioni. Questa fase si svolge spesso in terapia intensiva. Nel più breve tempo possibile si passa quindi alla pulizia dei tessuti ustionati, che avviene in sala operatoria o applicando un farmaco a base di bromelina, capace di eliminare i tessuti non vitali nel giro di poche ore. La pulizia è fondamentale per eliminare i tessuti necrotici, in cui si moltiplicano microrganismi che possono causare la sepsi, gravissima infezione che costituisce la seconda causa di morte nel paziente ustionato. Le superfici scoperte vengono quindi protette con cute proveniente dalle Banche della pelle (da cadavere) o con sostituti dermici di origine animale, come quelli derivati da suini, bovini, dal rivestimento dello stomaco di pecora o dalla pelle di alcune specie di pesci”.

Il gel israeliano per trattare le ustioni dei feriti ricoverati al Niguarda (Leggi l’approfondimento)

Le tecniche a disposizione

“La cute umana trapiantata inizialmente attecchisce, perché le difese immunitarie del paziente sono temporaneamente indebolite- spiega Bassetto- quando però il sistema immunitario recupera la propria funzione, riconosce la pelle omologa come estranea e si avvia il processo di rigetto. A quel punto la cute del donatore viene rimossa e si procede alla copertura definitiva utilizzando tessuto cutaneo dello stesso paziente, attraverso diverse tecniche: gli innesti a rete, che permettono di ampliare piccole porzioni di pelle mediante microincisioni; la microchirurgia, che consente il trasferimento di lembi complessi di tessuti, in particolare per la ricostruzione di aree del volto; le tecniche di espansione cutanea, con l’inserimento di palloncini sotto la pelle per aumentarne l’estensione e quindi la disponibilità; oppure l’impiego di cellule staminali derivate dal tessuto adiposo. I sostituti dermici di origine animale, invece, vengono in genere progressivamente riassorbiti dall’organismo”.

Quanto è lungo il decorso e cosa prevede?

Dopo che la riepitelizzazione si è completata, sono necessari circa due anni affinché le cicatrici raggiungano la stabilità– commenta il presidente della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva-rigenerativa- In questo periodo devono essere trattate in modo continuativo con creme o dispositivi al silicone, utili a mantenere un ambiente cutaneo adeguatamente umido. Quando le cicatrici risultano stabilizzate, è possibile avviare il cosiddetto percorso morfofunzionale, che ha l’obiettivo di migliorare non solo l’aspetto estetico, ma anche la funzione delle aree interessate (estensione del movimento, naturalezza della mimica ecc). In genere, i grandi ustionati affrontano interventi di chirurgia plastica a intervalli di 12–24 mesi per gran parte della loro vita, in un continuo miglioramento funzionale ed estetico. Un percorso lungo e faticoso, che richiede accettazione profonda, costanza e motivazione e comporta inoltre un importante supporto psicologico, per affrontare nel modo migliore un trauma fisico e insieme emotivo molto profondo”.

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