Cresce nella generazione Z l’ansia da intelligenza artificiale, l’apprensione generata soprattutto dall’impatto che la rapida diffusione di questa tecnologia potrà avere sul futuro del lavoro.

Negli Stati Uniti un recente sondaggio condotto tra giovani di età compresa tra 14 e 29 anni ha rilevato che l’entusiasmo nei confronti dell’IA è diminuito del 14% nell’ultimo anno, mentre sono aumentati i sentimenti di rabbia verso questi strumenti. Ne sono una prova tangibile i fischi che hanno accompagnato pochi giorni fa l’intervento dell’ex Ceo di Google, Eric Schmidt, alla cerimonia di laurea all’Università dell’Arizona.

Il sondaggio è stato condotto dalla Walton Family Foundation, Gsv Ventures e Gallup, su un campione di 1.572 giovani. Se da una parte mostra negli Stati Uniti un uso costante dei chatbot da parte del 51% della generazione Z – i nati tra il 1997 e il 2012 – dall’altra fa intravedere delle crepe. Nell’ultimo anno, infatti, il sentimento di questi ragazzi nei confronti dell’IA è diventato significativamente più negativo in tre delle quattro emozioni misurate per la prima volta nel 2025. Il forte consenso è sceso di 14 punti percentuali al 22%, mentre la speranza nei confronti dell’IA è scesa di 9 punti al 18% e la rabbia è aumentata di 9 punti al 31%. Allo stesso tempo, l’ansia nei confronti dell’intelligenza artificiale è “stabile” al 42%. Una buona parte della generazione Z che già lavora – spiega inoltre l’analisi – sostiene che i rischi dell’IA superino i suoi benefici e la fiducia nel lavoro assistito dall’intelligenza artificiale è inferiore rispetto alla produzione esclusivamente umana. E circa la metà della generazione Z che ancora studia vuole sapere come utilizzare l’IA nell’istruzione post-secondaria o nel futuro lavoro. In pratica si sta creando un conflitto generazionale tra chi trae profitto da questi strumenti e chi deve pensare al futuro lavorativo.

Che il vento sia cambiato lo si è visto nei giorni scorsi in diverse università americane, quando i consueti discorsi di fine anno tenuti da presidi, professori, ex studenti famosi o ospiti illustri sono stati interrotti dai fischi proprio quando si toccava il tema dell’intelligenza artificiale. “Capisco quella paura, è razionale ed è amplificata ogni giorno da algoritmi che hanno imparato con grande precisione che la paura attira i clic e che l’ansia guida il coinvolgimento”, ha detto un sorpreso Eric Schmidt, ex amministratore delegato e poi presidente esecutivo di Google, invitato dall’università dell’Arizona a tenere un discorso di fine anno sulla tecnologia. Schmidt aveva appena parlato di influenza dell’IA “su ogni professione, ogni aula, ogni ospedale, ogni laboratorio, ogni persona e ogni relazione” e sono partiti fischi e contestazioni dalla platea di giovani. Stessa scena all’università della Florida Centrale, dove a tenere il discorso era Gloria Caulfield, una dirigente del settore immobiliare ed ex studentessa dell’ateneo. “Che succede? Ok, ho toccato un nervo scoperto”, ha detto Caulfield dopo essere stata sommersa di fischi per aver definito l’ascesa dell’IA “la prossima rivoluzione industriale”. La manager ha poi ripreso a parlare e si è fermata di nuovo per dire che “fino a qualche anno fa l’intelligenza artificiale non era un fattore nelle nostre vite”. A quel punto è stata interrotta dagli applausi degli studenti, nostalgici per un mondo senza questi strumenti.

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