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Da «Elvis» e il colonnello Tom Hanks all’amore autunnale di Fanny Ardant: i film nei cinema, su Sky, Netflix e le altre piattaforme

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Bum bum da biopic musicale, l’unico genere a oggi capace di fare bingo al box office insieme a saghe e cinecomics. Grandi colonne sonore, storie commoventi, meglio se romanzate, un cast all star. Chi c’era e chi sa controlli la veridicità dello show. Ossia, che venga rispettata la parabola del divo / diva e la rappresentazione non deragli. Il resto è a prescindere, direbbe Totò. Parliamo di Elvis Presley, che è stato titolare di un’esistenza davvero speciale, come i Beatles e i Rolling Stones: già nel 1979, due anni dopo la morte, John Carpenter dedicò al rocker più amato un non trascurabile film, Elvis il Re del Rock, con Kurt Russell.
Elvis nacque a Tupelo, Mississippi, l’8 gennaio 1935. Morì a Memphis, Tennessee, il 16 agosto 1977, a 42 anni, travolto dagli eccessi, da uno stile di vita dissipato e da uno strisciante mal di vivere, figlio di bianchi, cresciuto povero in un quartiere nero, con un’attrazione fatale per blues e gospel. Un rivoluzionario: se non inventò il rock, poco ci manca. Di sicuro influenzò la cultura popolare, showman naturale, sexy ed empatico, con quell’ancheggiare – da cui il soprannome Elvis the Pelvis – che ruppe tutti gli schemi dell’America borghese dominata da tre demoni: conformismo, repressione sessuale, razzismo.
Pagò, cadde, seppe risorgere. Conquistò Hollywood, fu il re di Las Vegas. Divenne un crooner degno di Frank Sinatra e l’attore più richiesto e pagato dell’epoca. Si sentiva realizzato solo sul palco: una volta sceso, per lui c’erano solo noia e malinconia. Il figlio di Vernon e Gladys visse molte vite. Vernon era uno spiantato che finì anche in carcere per certi affari sbagliati. Gladys una chioccia che s’arrangiava con i lavori saltuari. Elvis sopravvisse al gemello morto subito dopo la nascita. Mamma Gladys da quel momento riversò su di lui un doppio carico di attenzioni che alimentò uno dei più imponenti complessi di Edipo della storia musicale. Elvis suonava la chitarra e cantava ammiccando alla country music di Johnny Cash.
La solita trafila. «Ma Elvis ha sempre avuto qualcosa in più». Ai concerti le ragazze urlavano, le radio trasmettevano le sue canzoni, i politici benpensanti lo avversavano: troppo avanti. Presley bucava lo schermo, era un trascinatore che voleva essere amato, riconosciuto: per questo comprò Graceland, la sua reggia, e tante Cadillac rosa. Una gallina dalle uova d’oro. Se ne accorse subito il colonnello Tom Parker, vero nome Andreas van Kuijk, trafficone emancipato, con un gran pelo sullo stomaco, di origini incerte, che lo accompagnò dai luna park del Tennessee agli hotel di super lusso di Las Vegas, dove visse l’ultimo, autodistruttivo periodo.
Il film ricorda i due anni di servizio militare utilizzati dall’establishment (e da Parker stesso) come purga per gli aspetti più trasgressivi del personaggio, le campagne mediatiche di demolizione che dovette subire, l’amore per Priscilla e la nascita di Lisa Marie, le star che l’ispirarono, Marlon Brando e James Dean, le spese pazze, le crisi di nervi, le pillole e il cibo spazzatura. Teneva concerti, bardato come un ammiraglio. Ancora adesso i promotori di gossip e fake news sostengono che Elvis non sia mai morto ma si nasconda in una località segreta e se la rida e se la canti. Per tutta la vita ha cullato la speranza di un tour mondiale. Sarebbe stata l’apoteosi, ma Elvis non lo fece mai, arrestando il suo straripante talento sul confine americano.
Dal paradiso all’inferno, chiuso nelle stanze dell’Hotel International di Las Vegas, il che non gli impedì di conservare una primordiale innocenza, al contrario di quell’America che aveva contribuito a cambiare.
Lo spettacolo c’è. Baz Luhrmann costruisce il film sui lampi, sulle illuminazioni improvvise, senza tregua e senza scampo. Racconta per frammenti, tagli d’immagine, pennellate ed euforie espressive componendo un affresco poderoso, coloratissimo, tenero e vivace, proprio come le canzoni di Elvis. Di straordinario nel film ci sono 1) le scene di massa e le riprese sorvolanti, 2)la colonna sonora accurata ma non invasiva, in cui risaltano Can’t Help Falling in Love e Are You Lonesome Tonight; 3) il montaggio serratissimo con sequenze di pochi secondi, costruito su uno script di Luhrmann e Jeremy Doner e sulla sceneggiatura di Sam Bromell e Craig Pearce; 4) un gusto rinascimentale del totale / particolare; 5) l’incipit, con il delicato ritratto giovanile, e il finale che tutti conosciamo. Difficile pensare che il pur eccellente Austin Butler, un quasi debuttante, potesse sostenere da solo quel monumento della musica che è stato Elvis. Per questo gli è stato affiancato il più esperto Tom Hanks stravolto dal trucco e trasformato in una sorta di Pinguino / Geppetto / Mefistofele con gli occhi azzurri, presente a tutte le svolte della storia, capace di influenzare (e manipolare) il fragile rocker e nel contempo di smussare gli angoli della sua complessa personalità.

ELVIS di Baz Luhrmann
(Usa-Australia, 2022, durata 159’)

con Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thompson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, David Wenham, Kelvin Harrison
Giudizio: *** 1/2 su 5
Nelle sale

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