«Dahmer», un’indagine sul cannibale di Milwaukee che non giustifica e tocca nervi ancora scoperti (voto 8)- Corriere.it

0
34
di Maurizio Porro

Le 10 puntate su Netflix raccontano bene le vicende simil-horror (pur con qualche pecca), grazie anche a un bravissimo protagonista

Jeffrey Dahmer, il fascino del Male. Che si ripete. Dopo due film, due documentari (uno arriverà presto sempre su Netflix) la storia del celebre serial killer cannibale che seduceva, drogava, uccideva le sue vittime, preferibilmente giovani e afro americane o ispaniche, è vicino ai 200 milioni di visualizzazioni su Netflix, confermando la curiosità del pubblico verso un fatto di cronaca reale e morboso, che ancora ha fatto protestare i familiari delle numerose vittime. Il true crime di Ryan Murphy, esperto di orrori americani in offerta speciale, ci racconta in 10 episodi la vita di Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee che negli anni 90 ha smembrato, nel vero senso della parola, fotografato, mangiato almeno 17 ragazzi di tenera età. Se aggiungiamo il fatto che Jeffrey era gay e che nella serie c’era, poi rimosso, il tag LGBTQIA+, il calcolo delle proteste aumenta.

La serie che inizia con l’arresto di Jeffrey, dopo un ennesimo tentativo di seduzione-omicidio, non risparmiando nulla delle atrocità commesse, perfino un pasto con fegato o milza al burro, è anche la storia di una profonda nevrosi che pervade una disgraziata famiglia americana, con la mamma nevrotica che scappa e il padre che sceglie un’altra, dopo aver insegnato e condiviso col figlioletto l’arte dello squartamento degli animali come sport domenicale. Perciò non c’è da stupirsi se la polizia, quando finalmente entra nel 1991 nella casa del terrore, una stanza in un condominio di gente comune, trova foto di nudo, una testa mozza in frigo, un paio di genitali in freezer, uno scheletro nei cassetti del comò e un barile di acido.

Finalmente lo mandano a processo e gli danno una serie di meritati ergastoli, quasi mille anni di carcere che non farà perché verrà ucciso da un altro carcerato, così non fa in tempo neppure a rileggere la ritrovata Bibbia. Sono ben raccontati i rapporti controversi col padre e con la nonna che, poverina, lo ospita e poi impazzisce; la parte psicanalitica, un po’ all’ingrosso, viene messa in risalto, anche se due terzi della serie sono dedicati alla ripetizione dei delitti atroci e, appunto, seriali nati in bar e saune gay: l’abboccamento nei locali, le droghe, gli sbudellamenti. Bravissimo Evan Thomas Peters, con i suoi occhiali che oggi valgono un tesoro come oggetto vintage del crimine, del tutto apatico e sovra pensiero, distaccato anche dal sangue che gli cola intorno e a volte beve con gusto: l’attore era in «X men», in «American horror story» e ha vinto un Emmy per «Omicidio a Easttown», ma qui la sua presenza-assenza raggiunge un top d’inespressa follia che non lascia indifferenti nell’inferno di una psicosi messa troppo a lungo tra parentesi.

E qui ecco le altre critiche: i poliziotti erano così disattenti perché si trattava di persone di colore e di gay? Affari loro. Due in divisa vengono sospesi ma poi subito riaccolti, la loro negligenza è solo ipotizzata anche se il personaggio della vicina di casa (Niecy Nash) ha tutte le ragioni di protestare, non solo per il cattivo odore che viene dalla camera a fianco. In fondo la serie, ben fatta e contigua al cinema horror, tocca alcuni nervi ancora scoperti e parla di gente reale e realmente sofferente, che oggi viene pugnalata nelle memorie più care. Il padre (bravo Richard Jenkins) è sbrigativo nelle conclusioni nel dare la colpa alla solitudine del figlio, e forse all’anestesia per un’operazione di ernia subìta da bambino, la verità è che nella fenomenologia di un mostro di tale portata c’è un margine di mistero che nessuno potrà mai spiegare.

Murphy non giustifica, sia chiaro (c’è anche una giovane vittima sordomuta, un momento di pathos), indaga senza tralasciare nulla e ogni tanto dà voce alle vittime e ai parenti, innestando un classico montaggio a flash back un poco consunto dall’uso ma sempre efficace in casi come questo. Se mai è il reverendo Jesse Jackson che spiega come il «caso di Jeffrey sia una metafora dei mali sociali che piagano la nostra nazione». Il killer bianco, biondo sta per organizzare la sua redenzione in cella quando un altro nevrotico lo sgozza, dopo essere stato cacciato in passato come indesiderabile sia dalla scuola come dall’esercito. Di chi è la colpa? Resta il punto di domanda, anche sulla coscienza appannata e fuori uso del killer. Comunque la serie funziona, alterna registi non comuni come Gregg Araki e Jennifer Lynch, oltre allo stesso Murphy, abituati a devianze di ogni ordine e grado ed è con questo incubo che ci rincorre nella notte che si superano i record delle piattaforme.

12 ottobre 2022 (modifica il 12 ottobre 2022 | 07:19)

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here