I dati ufficiali del ministero dell’Interno, alla vigilia della Giornata Internazionale della donna, registravano sei femminicidi nei primi 2 mesi del 2025, in calo del 25% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Ma dall’8 marzo al 2 aprile, in poco più di tre settimane, la lista si è allungata: altre 5 donne sono state uccise da compagni, mariti o pretendenti, strangolate o accoltellate, come le ultime due giovanissime universitarie.
Una “incapacità di metabolizzare rifiuti e abbandoni” che trasforma la rabbia in un’emozione “non controllabile” da “scaricare” sulla vittima
A parlare la criminologa e psicologa, Flaminia Bolzan
Sara Campanella e Ilaria Sula avevano poco più di vent’anni e sono state uccise a coltellate a poche ore di distanza l’una dall’altra.
Oggi, il corpo di Ilaria Sula, 22 anni, studentessa romana della Sapienza, è stato trovato in fondo a un dirupo all’interno di una valigia. Ad ucciderla a coltellate, per poi gettarne il corpo, sarebbe stato l’ex fidanzato.
Lunedì Sara Campanella, 22 anni, nata a Misilmeri (Palermo), è stata uccisa a coltellate davanti l’Università di Messina da un suo collega, Stefano Argentino, 27 anni, che da due anni la perseguitava con messaggi e inviti ad uscire.
“Ogni caso presenta le sue peculiarità in ordine a motivazioni e modalità operative – spiega Bolzan – ad ogni modo il comune denominatore di tutti questi delitti è da ricercare sul piano psicologico nell’incapacità di metabolizzare rifiuti e abbandoni. Per questi soggetti, la rabbia e la frustrazione divengono emozioni non controllabili e anziché essere elaborate sul piano del pensiero vengono agite e l’oggetto sul quale ‘scaricarle’ letteralmente diventa la vittima”.
Una “escalation di violenza” che, spiega la dottoressa, “non è assolutamente immediato poter prevedere anche perché, in una ratio auto protettiva, il pensiero prevalente è sempre quello che ‘certe cose’ non possano accadere a noi”.
I campanelli di allarme da non sottovalutare
Esistono però dei campanelli d’allarme, dei comportamenti a cui le donne dovrebbero prestare attenzione. “Se e quando ci si trova in un contesto relazionale in cui l’altra parte mostra comportamenti ossessivi e intrusivi nella nostra vita – prosegue -generando in noi una preoccupazione, bisogna immediatamente attivarsi e monitorare tipologia e frequenza di questi comportamenti che, se non si interrompono nell’immediatezza, diventano realisticamente un campanello di allarme. Nel caso di Sara, era difficile che la ragazza arrivasse a ritenere che il suo collega potesse compiere un gesto così estremo, ma quello che dobbiamo sottolineare è che laddove i comportamenti intrusivi provochino uno stato di allerta e soprattutto se si nota una escalation in termini di frequenza e/o di modalità bisogna denunciare”.
Sbagliato parlare di ‘raptus’ davanti a questi casi
“A mio avviso è improprio e fuorviante – sottolinea Bolzan – specie per ciò che attiene il caso di Messina. Dobbiamo infatti tenere conto della persecutorietà dei comportamenti antecedenti del ragazzo, cosa che, a mio avviso, ha un peso enorme nella valutazione dell’excursus e dei processi mentali che poi lo hanno portato ad agire”.
“L’attenzione mediatica è altissima, ma lo è altrettanto la frequenza di questi comportamenti – spiega -. Al verificarsi di determinati fenomeni, infatti, contribuiscono una pluralità di variabili, ovviamente non parliamo di responsabilità o colpe, ma di azioni concrete che la società dovrebbe intraprendere non solo in un’ottica repressiva, ma al contrario preventiva e informativa su ciò che è o non è una relazione sana”.
A scendere in campo società, la scuola e genitori
“Dobbiamo spiegare ai ragazzi dove risiede il confine tra l’attenzione e l’intrusione – dice Bolzan – A casa basterebbe si parlasse di più di ciò che accade nella vita, soprattutto degli adolescenti, ma per farlo è necessario che in primis i genitori abbiano uno sguardo attento e non giudicante. Inoltre, dobbiamo sensibilizzare le ragazze rassicurandole rispetto al fatto che denunciare si può e le misure ci sono. La privazione della libertà di scelta e l’intrusività nella vita altrui sono campanelli di allarme molto rilevanti”.
Il 13 marzo la 56enne Sabrina Baldini Paleni, operatrice sanitaria in una Rsa del Lodigiano, è stata strozzata in casa a Chignolo Po dal compagno Franco Pettineo, autista e fratello del precedente marito della donna. L’uomo ha confessato il delitto. Sembra che la donna avrebbe avuto da tempo intenzione di lasciare il compagno.
Otto giorni dopo, il 21 marzo a Napoli, Ivan Chornenhyy ha ucciso la moglie 46enne Ruslana Chornenka, colpendola con un corpo contundente e poi si è tolto la vita impiccandosi nel bagno dell’abitazione. La coppia di coniugi ucraini è stata scoperta nella loro casa di via Don Bosco dalla figlia 17enne.
Il 26 marzo è Spoleto il teatro dell’ennesimo femminicidio. La 36enne Laura Papadia è stata strangolata in un appartamento nel centro della cittadina dal marito Nicola Gianluca Romita, agente di commercio di 47 anni. Uno dei motivi di dissidio tra i coniugi è che lei avrebbe voluto un figlio e lui no, visto che da precedenti relazioni ne aveva già avuti due. Il marito della donna uccisa è stato bloccato nei pressi del ponte delle Torridi Spoleto dal quale minacciava di gettarsi nel vuoto.
“Le analogie tra Ilaria, Sara e Giulia Cecchettin”
La criminologa clinica e psicopatologa, Laura Todaro
“Il caso di Ilaria Sula e quello di Sara Campanella presentano moltissime analogie fra loro, e con la morte di Giulia Cecchettin: tutte studentesse, tutte di 22 anni, tutte uccise dal proprio ex fidanzato. Tutte assassinate al momento del loro ultimo appuntamento con il loro carnefice.
E il femminicidio è solo l’ultimo atto di un continuum di violenze dove c’è già stato forte il richiamo e la richiesta di aiuto”. Così all’Adnkronos Laura Todaro, criminologa clinica e psicopatologa.
“Nel caso di Ilaria Sula, il cui corpo è stato ritrovato dentro una valigia, emerge un piano progettuale da parte dell’assassino, mentre nel caso di Sara Campanella quello che emerge sopra ogni cosa è l’efferatezza della sua morte. Nella maggior parte casi poi, queste ragazze avevano chiesto aiuto a diverse associazioni, anche facendo delle denunce alla polizia. Purtroppo questo dobbiamo continuare a fare, ma evidentemente non basta: ci vorrebbero delle normative sicuramente più severe e non aspettare tanto tempo”. Per questo, secondo la criminologa, “dobbiamo assolutamente portare al più presto in Parlamento nuovi strumenti, abbiamo bisogno di normative molto più severe per non arrivare al punto di dover parlare di altri delitti; dobbiamo assolutamente puntare sulla prevenzione: ormai siamo in prevenzione terziaria, quella oltre la diagnosi. E se parliamo di prevenzione terziaria in criminologia, è la rappresentazione del fallimento del nostro intervento sociale”.
“C’è un problema alla radice di natura socio-culturale: un odio, una forma di controllo e di possesso dell’uomo che deve avere sulla donna, e che non accetta assolutamente la parità di genere”. Ragazzi che, prosegue Todaro, “non hanno fatto altro che cercare di assoggettare e annientare l’identità femminile di chi avevano di fronte. C’è anche una questione di ego maschile che viene ferito, di disturbo di personalità del soggetto. Perché nel rifiuto, nella non accettazione del rifiuto, questo ‘Io’ ferito, per ripristinare il proprio equilibrio interiore, risponde con l’unico strumento di difesa a disposizione: la morte dell’altra”.