«Django, da Gomorra al West per capire il presente»- Corriere.it

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La regista porta alla Festa di Roma della serie ispirata al classico degli spaghetti western di Corbucci con Matthias Schoenaerts nel ruolo che fu di Franco Nero e Noomi Rapace in quello della cattiva

Il pistolero solitario che cammina trascinando nel fango una cassa da morto è tornato. Nella serie in arrivo su Sky primi mesi del 2023, in anteprima ieri alla Festa del cinema, Django ha lo sguardo ferito e sornione di Matthias Schoenaerts (ma Franco Nero, come si è visto dalle prime immagini diffuse, farà la sua apparizione). «Il nostro è un antieroe refrattario al potere, in lotta contro demoni che albergano sia dentro che fuori da sé», sintetizza Francesca Comencini, regista con David Evans e Enrico Maria Artale e responsabile artistica del progetto. Ambizioso, ambiziosissimo. Rinnovare il mito di uno dei personaggi chiave della tradizione degli spaghetti western, che ha fatto «dell’altro Sergio», Corbucci, un regista venerato da Quentin Tarantino al pari di Sergio Leone, al punto da celebrarlo in Django Unchained. Tanti altri ci si sono misurati, da Pasquale Squitieri (ma firmandosi William Redford) fino a Takashi Miike. Con Django la serie Comencini & C (i dieci episodi della serie sono scritti da Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli) ci portano nel Texas di fine 1800. Django (Schoenaerts) è un lupo solitario, un cowboy errante alla ricerca della figlia Sarah (Lisa Vicari), sopravvissuta nel massacro della sua famiglia. Capita a New Babylon, una città libera costruita sul fondo di un cratere, dove scopre che la giovane sta sposare il fondatore dela comunità John Ellis (Nicholas Pinnock). Nel ruolo dell’antagonista troviamo Elizabeth Thurman (Noomi Rapace), villain spietata e integralista che ha fatto della distruzione di New Babylon l’obiettivo della sua crociata. Sei mesi di riprese in Romania, in buona parte nel cratere di un vulcano inattivo dove è stata costruita New Babylon.

Mascolinità

«È stata una sfida folle — commenta Comencini —. Il tentativo è raccontare i conflitti e le contraddizioni del nostro tempo attraverso un genere che io adoro, un sogno cinematografico smisurato. Nel western senti una sensazione costante di pericolo, di crisi imminente. Molto attuale». Film come Mucchio selvaggio di Peckinpah, I compari di Altman,i vari spaghetti western, dice, hanno contribuito alla sua formazione anche politica. «Sono grandi favole nere per adulti con cui puoi raccontare gli angoli più bui, esorcizzandoli. Film capaci di intercettare la sensibilità dell’epoca anche meglio di tanti film di denuncia». Qui i grandi conflitti sociali su cui si innesta la storia, sono il razzismo («paradossalmente più feroce all’indomani della fine della guerra di secessione che avrebbe dovuto superarlo») e i rapporti tra uomini e donne. «Usiamo il western, ovvero il genere che più di ogni altro ha fissato i codici della mascolinità per raccontare la sua crisi. Django è un uomo che ha perso le certezze, cerca una seconda possibilità a partire dai suoi legami familiari». Si scontrerà con due donne poco pronte a fare sconti. La figlia, che non si fida di lui. E Elizabeth Thurman. «Una cattiva come ne abbiamo viste poche — assicura Comencini —. Non si tratta solo di portare sullo schermo personaggi femminili genericamente forti, si rischierebbe solo un altro cliché. Ma di raccontare anche una come lei, capace di azioni feroci e piena di contraddizioni». Una donna che non accetta l’idea che possa esistere una realtà fondata sull’accettazione, al di là di ogni appartenenza, come New Babylon e che punta, in nome del suo dogmatismo, all’annientamento dei diversi. «Trovo molto attuale interrogarsi sul perché le più feroci guardiane del patriarcato siano spesso donne», osserva la regista. Un punto di arrivo Django la serie per Comencini che passa attraverso l’esperienza di Gomorra, sempre prodotto da Cattleya. «Credo di averli convinti quando ho diretto l’episodio 10, che ho girato come un western. In comune c’è la possibilità di raccontare una saga familiare dentro una macrostoria nera, e alternare scene action a altre di alto spessore emotivo». La preparazione è stata lunga, per l’adattamento molto libero del film di Corbucci, Fasoli e Ravaglia si sono basati anche sui diari dei primi vaqueros. «Abbiamo girato in inglese con un cast di tante nazionalità, una vera Torre di babele. Eravamo a 5 ore di macchina da Bucarest, lontani da tutto. Tosto ma molto divertente. A volte mi trovavo a chiedermi: davvero me lo stanno facendo fare?», racconta la regista che, presentendo la serie, ha voluto fare una premessa. «Voglio fare una dichiarazione in memoria di Masha Amini e esprimere sostegno e solidarietà per i ragazzi che in Iran lottano per la libertà».

16 ottobre 2022 (modifica il 16 ottobre 2022 | 20:22)

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