E’ morto all’età di 94 anni Bruno Contrada. L’ex 007 è stato per venti giorni in ospedale per una polmonite, nella notte il decesso a casa.

Ex numero tre del Sisde negli anni più violenti della guerra di mafia a Palermo, è stato al centro di una vicenda giudiziaria controversa che ha diviso l’opinione pubblica in innocentisti e colpevolisti e che ha portato prima a una condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (Contrada scontò 8 anni della pena) e successivamente alla revoca della stessa condanna dopo un pronunciamento della Corte europea dei diritti umani (Cedu) e a un risarcimento per l’ex poliziotto.

Dopo aver lavorato nella Squadra Mobile di Palermo, di cui divenne dirigente, guidò anche la sezione siciliana della Criminalpol. Negli anni Ottanta entrò nel Sisde, il servizio segreto civile italiano, arrivando a ricoprire l’incarico di numero due dell’organismo.

Il suo nome è stato al centro di diverse vicende giudiziarie legate ai rapporti tra apparati dello Stato e criminalità mafiosa.

Arrestato, la vigilia del Natale ’92, l’anno delle stragi palermitane, poi a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada era stato condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile ’96. Sentenza ribaltata in Corte d’appello il 4 maggio 2001: assolto. La Cassazione rinviò gli atti a Palermo. Poi la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d’appello palermitana, e la conferma della Cassazione l’anno successivo. Quindi il carcere, i domiciliari e poi la fine pena nell’ottobre 2012. Seguirono i tentativi di revisione del processo e gli appelli alla corte di Strasburgo per i diritti umani. 

L’Italia venne condannata due volte: perchè il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute e poi perché l’ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro”. 

Contrada in questi anni ha sempre combattuto per ”salvaguardare – diceva – l’onore di un uomo delle istituzioni”.      ”Voglio l’onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato”, ripeteva. 

“Dopo la decisione della Corte di giustizia europea e della Cassazione mi è stato restituito tutto da un punto di vista giudiziario, amministrativo e burocratico – raccontò in un’intervista – Ma non mi sono stati ridati otto anni di privazione della mia libertà, la distruzione della mia carriera, l’umiliazione e la devastazione della mia famiglia, oltre che le tante umiliazioni subite. Le ferite morali ricevute, inguaribili e indimenticabili”.

Dopo un’altra lunga battaglia giudiziaria la prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, ribaltando la decisione della seconda sezione, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Corte di Cassazione, accolse la domanda di Contrada di riparazione per ingiusta detenzione riducendo l’entità dell’indennizzo a 285.342 euro. Sentenza confermata dalla Cassazione nel 2023.

Il suo nome è comparso anche nelle carte dell’indagine sull’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. Secondo gli atti dell’inchiesta della Procura di Palermo, l’ex dirigente partecipò alle prime attività investigative sul delitto insieme all’allora ufficiale dei carabinieri Antonio Subranni e al magistrato Piero Grasso, raccogliendo informazioni dalla vedova della vittima, Irma Chiazzese, e dal figlio Bernardo.

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