Nemmeno la minaccia del maltempo ha frenato l’entusiasmo generato dai Giochi della Speranza all’interno della Casa Circondariale femminile di Rebibbia.
La “piccola olimpiade in carcere” ha visto confrontarsi quattro rappresentative: detenute, agenti di Polizia penitenziaria, magistrate ed esponenti della società civile in una giornata di sport e condivisione, a conferma del valore di un progetto che punta a superare le distanze tra il carcere e la comunità esterna.
L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, dalla Rete di magistrati “Sport & Legalità” e dal DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e la collaborazione dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport della CEI, del Centro Sportivo Italiano (Comitato di Roma) e del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre.
Dopo il primo incontro del 13 giugno 2025 a Rebibbia e la successiva tappa dello scorso febbraio alla Casa di Reclusione di Milano Bollate, i Giochi sono tornati a Roma, questa volta nella sezione femminile dell’istituto romano, proseguendo un percorso che individua nello sport uno strumento concreto di educazione alle regole, responsabilizzazione e reinserimento sociale.
Le gare hanno coinvolto le partecipanti in diverse discipline: calcio a 5, pallavolo, atletica, tennis tavolo e calcio balilla.
“Lo sport è fondamentale per chi vive una realtà complessa come la nostra – ha commentato Catrina, una detenuta -. Qui a Rebibbia abbiamo anche una squadra di calcio a 5, l’ “Atletico Diritti”, con cui ci alleniamo due volte alla settimana per poi disputare il sabato il campionato organizzato dal CSI. Tutto questo è un aiuto straordinario: personalmente, durante il periodo di detenzione, ho conseguito il diploma e ora sto proseguendo gli studi con una laurea al DAMS”.
“Manifestazioni come I Giochi della Speranza – è la testimonianza di un’altra detenuta, Alessia – rappresentano un sostegno concreto nel nostro percorso all’interno della struttura carceraria. Si tratta di momenti preziosi che ci consentono di uscire dalle celle e respirare un po’ di vita vera”.
“Oggi, per qualche ora, i muri che separano il carcere dalla comunità esterna sono stati idealmente abbattuti – ha commentato Daniele Pasquini, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport -. Si parla spesso di come il percorso rieducativo e di reinserimento passi attraverso lo studio e il lavoro, ma anche lo sport gioca un ruolo fondamentale. Troppo spesso viene ignorato o ridotto a un mero momento di sfogo e svago, mentre al contrario possiede uno straordinario valore formativo e rieducativo”.
Presenti a Rebibbia anche due atleti di punta del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, la karateka Asia Agus e Aldo Montano. L’ex schermidore, campione olimpico individuale ai Giochi olimpici di Atene 2004, ha condiviso il proprio messaggio per tutte le atlete in gara: “È stata un’esperienza bellissima. Proveniamo da mondi differenti, ma oggi ci siamo divertiti molto perché abbiamo parlato tutti la stesso linguaggio, quello universale dello sport, portatore sano di grandi valori. Dal rispetto delle regole, dell’arbitro, dell’avversario e del compagno di squadra, fino al dare una mano quando serve e al sentirsi utili: sono tutti principi che possono poi essere applicati nella vita quotidiana. Gli sport di squadra aiutano a collaborare e cooperare, rappresentando a mio avviso uno straordinario strumento di riabilitazione”.
“Queste sono giornate uniche – afferma Fabrizio Basei, coordinatore della rete magistrati “Sport e Legalità” e gip del tribunale di Velletri – perché portano all’interno del carcere un fondamentale messaggio di speranza e un’occasione di normalità. Lo sport, inserito da poco in Costituzione italiana è uno strumento straordinariamente efficace e diretto che veicola i valori della legalità. Vedere in campo detenute e magistrati insieme è un’immagine che solo lo sport sa rendere possibile”.

