“Gli abbiamo dato il colpo di grazia”. Così ha iniziato il procuratore aggiunto della Capitale, Sergio Colaiocco, scandendo le parole in arabo, aprendo la requisitoria nel processo ai 007 egiziani che sequestrarono, torturarono ed uccisero Giulio Regeni, tra il 25 gennaio ed il 3 febbraio del 2016. “Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”, ha detto il magistrato. “Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero”, ha spiegato.

Giulio Regeni “il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza”. Così ha detto il procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, nel corso della requisitoria nel processo per la morte del ricercatore universitario, in cui sono sotto accusa 4 agenti dei servizi di sicurezza egiziani.

“Diventa, per chi lo detiene – ha detto ancora il magistrato – materia su cui esercitare il potere assoluto. E questa è la prima, sconvolgente verità che il presente processo ci consegna: Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro. Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica. A compiere tutto questo – alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere – non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza”.

Insomma – ha detto ancora Colaiocco – è qui che “il delitto assume una dimensione ulteriore. Quando la forza istituzionale, nata per proteggere, diventa forza di oppressione; quando la funzione pubblica, nata per garantire sicurezza, si converte in strumento di tortura, allora non è colpita soltanto la singola vittima”. E ancora: “E’ colpita l’idea stessa di civiltà giuridica, è colpito il principio che nessun potere può esistere senza responsabilità. È colpita la nozione, elementare e insieme solenne, che sopra lo Stato vi deve essere la legge”, aggiunge.

Il processo che oggi arriva a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi”, ha detto il procuratore aggiunto della Capitale,nel corso della requisitoria nel processo per la morte di Giulio Regeni.

Il magistrato ha argomentato poi che “secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia”. Ma quel che “si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo”.

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