HomeCinema Serie TV«Heartstopper», la fluidità del gender tra rugby e college- Corriere.it

«Heartstopper», la fluidità del gender tra rugby e college- Corriere.it

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di Maurizio Porro

La miniserie adolescenziale su Netflix gira intorno a un tema di cui si parla ( e sparla) parecchio, lontano dalle turbolenze degli anni’80, ma piuttosto molto bon-ton

Questa miniserie adolescenziale, «Heartstopper» in 8 puntate di 30’ l’una è la più eloquente ed anche elementare dimostrazione del gender fluido di cui si parla e sparla. In visione su Netflix, scritta da Alice Oseman, matrice inglese dalle cravatte regimental della Truham Granmmar School ai sorrisi di mamma Olivia Colman, diretta da Euros Lyn, viene da una raccolta di graphic novel e webcomic e non c’è dubbio che la semplicità psicologica sia prevedibile qualità per venire incontro allo scopo queer finale, che i teen gay o pseudo gay o bisex si identifichino al top in queste pene d’amor perdute targate esclusivamente LGBTQ+.

In realtà al centro c’è una coppia che si va formando e solo dopo due-tre episodi capiamo che Nick Nelson, che gioca a rugby ed è l’oggetto etero del desiderio, in realtà non vede l’ora, dopo essersi chiesto se esistono i bisessuali e quanto soffrono, di appartarsi con Charlie, il compagno di banco gay dichiarato del college, adeguatamente bullizzato, preso di mira e irriso dalla gang dei cretini omofobi del gruppo. Ma intorno alla coppia che già dalla quarta puntata si è lasciata andare ad alcuni bacetti, ci sono altre coppie in via di felice formazione, due ragazze, una nera e una bianca, legatissime da relazione dopo un outing, mentre alcuni compagni inseguono felici quei sogni ed in particolare Tao Xu, un complice ficcanaso orientale finisce per fare il boy friend della ragazza arrivata a metà anno scolastico. Tra partite di rugby, gare di bowling, chiacchierate in camera, allenamenti e pure i concerti, lo spettacolo adolescenziale è pressoché completo, anche se il tema forte è proprio la presenza di una giovane e nuova comunità gay capace di auto determinarsi senza farsi problemi per gli insulti omofobi da quattro soldi.

Sono tutti bravi, carini e simpatici i ragazzi, anche la povera Imogene che resta nell’angolo, ma comunque sono centrali Kit Connor e Joe Locke che si amano anche e finiscono per dirlo a tutti, mentre anche la Colman è naturalmente una mamma (di Nick) comprensiva e il coro teen sta al gioco dopo qualche veloce scazzottata. A volte il tutto risulta un po’ lezioso, un po’ manierato, anche nei qui pro quo, nella lite prefinale che precede la riconciliazione, come nei vecchi titoli con la Garland e Rooney, o Sandra Dee e Troy Donahue, ripetendo gli stessi meccanismi sentimentali con una gentile volontà di non oltrepassare alcun comune pudore perché non si va più in là di un bacio trasversale, come ai tempi del codice Hays. La serie, girata nel Kent, è onesta e gentile, ricalca i modelli ma spezza la sua lancia per i gay adolescenziali, ma professori e presidi non prendono posizione. I ragazzi fanno il loro dovere, il pieno di simpatia e la relazione gay non intacca il piacevole senso di intervallo, il colore dell’ambiente e la tradizione classica dei film scolastici partendo da “Addio mr. Chips”, insomma siamo molto lontani dalle turbolenze anni 70 di “Another country”, siamo gay ma molto di bon ton.

15 giugno 2022 (modifica il 15 giugno 2022 | 07:23)

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