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Hollywood apre le porte agli attori indiani- Corriere.it

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di Francesca Scorcucchi

Negli Usa le case di produzione cinematografiche sono sempre più attente alle minoranze

C’è stato un tempo in cui i nativi americani si chiamavano indiani o pellerossa, e al cinema rappresentavano il selvaggio passato, mentre i bianchi erano il radioso futuro. Poi le cose sono cambiate e i «nativi» hanno smesso di far rima con «cattivi». Sono stati concepiti film come «Balla coi Lupi» e «L’ultimo dei Moicani». Più recentemente «The Revenant» ha consegnato un Oscar a Leonardo DiCaprio, che ha speso il suo discorso di accettazione del premio per onorare le popolazioni indigene e impegnarsi a fare di tutto per proteggerle.

DiCaprio, Kevin Costner, Daniel Day-Lewis: i protagonisti per molto tempo ancora hanno continuato a essere bianchi. I nativi, ancorché ormai dalla parte del giusto, restavano defilati comprimari. Oggi, finalmente, in questa nuova Hollywood politicamente corretta e sempre più attenta alle minoranze, le cose iniziano a cambiare sul serio. «Prey», diretto da Dan Trachtenberg (che ha debuttato su Disney +), ultimo capitolo della saga di Predator, una delle pietre miliari del cinema sci-fi, vede protagonista una giovane attrice nativa americana, dal cognome appropriato: Amber Midthunder, mezzotuono.

Amber interpreta Naru, la ragazza che riuscirà a dare del filo da torcere all’alieno Yautja non meno di quanto negli anni Ottanta era riuscito a fare il muscoloso Arnold Schwarzenegger. «Una donna eroina forse sta diventando la normalità a Hollywood, ma che una ragazza appartenente a una piccola tribù del Montana, i Sioux di Fort Peck, sia protagonista di un grande film di fantascienza, non è poi così scontato ed è segno che qualcosa sta davvero cambiando — dice la giovane attrice —. La rappresentazione dei nativi al cinema sta diventando molto importante per la nostra comunità. Ai tempi delle epopee western del secolo scorso noi nativi avevamo battaglie ben più dure da combattere della nostra rappresentazione al cinema. Ora è il momento per fare qualcosa anche in questo campo».

E così, insieme a Amber Midthunder, un piccolo esercito di nuove leve sta facendo qualcosa. Devery Jacobs, Lane Factor, Paulina Alexis e D’Pharaoh Woon-A-Tai, ad esempio, sono i protagonisti di «Reservation Dogs», di cui sta per uscire negli Usa la seconda stagione. La serie, targata FX e firmata Sterlin Harjo e Taika Waititi (il regista di «Thor: Love and Thunder»), racconta l’adolescenza di quattro amici in una riserva dell’Oklahoma orientale.

Sierra Teller Ornelas, con la commedia «Rutherford Falls»
che ha debuttato su Peacock lo scorso anno (anche questa serie è arrivata alla sua seconda stagione), è titolare di un primato: è la prima nativa americana della storia del piccolo schermo ad essere riuscita ad ottenere il ruolo di showrunner, un compito che non prende alla leggera: «Durante la prima stagione abbiamo fatto qualcosa di importante, abbiamo mostrato al grande pubblico come vivono i nativi americani nella società americana odierna. Come festeggiano Halloween, ad esempio. È una questione seria, molto più di quel che sembra. L’iper-sessualizzata Pocahontas, per esempio, di cui si vedono decine di versioni succinte durante la festa di fine ottobre, ci offende. Nella serie trattiamo di questi argomenti, anche se con umorismo e leggerezza. Cerchiamo di raccontarci, di farci conoscere».

Troppe volte la cultura occidentale si è mossa al cinema come il classico elefante nel negozio di porcellane. Brian Young è un filmmaker di origini Navajo: «A inizio carriera accettavo tutto. La scelta era fra rinunciare a una professione che amavo, oppure accettare quello che mi veniva proposto e riuscire così a pagare le bollette. Indossavo le penne, mi pitturavo il viso da guerriero e il disagio dentro di me cresceva. Per noi quelle penne sono sacre ma dovevo costruirmi un curriculum, dovevo accettare di interpretare lo sciamano. Poi un giorno ho detto basta. Non sarei più sceso a compromessi con la mia spiritualità e ora finalmente non devo più farlo».

Siamo solo agli inizi, ma forse oggi Marlon Brando non rinuncerebbe al suo Oscar, come fece con un clamoroso gesto nel 1973, per protestare contro il trattamento dei nativi americani al cinema.

5 agosto 2022 (modifica il 5 agosto 2022 | 20:55)

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