L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine conferma il rapporto tra mafie italiane e gruppi terroristici. Contatti tra ‘ndrangheta e Hezbollah. 95mila omicidi l’anno, pari a vittime delle guerre. Sul punto il parere del professor Vincenzo Musacchio.

Professor Musacchio esiste un legame tra criminalità organizzata e terrorismo?

Il “Crime-Terror Nexus” rappresenta uno degli aspetti più complessi e pericolosi della geopolitica criminale contemporanea. La mafia, mossa da obiettivi puramente economici e di profitto (business), e il terrorismo, guidato da motivazioni ideologiche, politiche o religiose sono oggi due realtà che cooperano, s’integrano e, in alcuni contesti, si fondono.

Come si sviluppano i loro affari, i canali di collaborazione e le dinamiche di questo rapporto?

Il terreno d’incontro preferito è il mercato nero globale. I terroristi hanno bisogno di denaro per finanziare logistica, armi e propaganda. Le mafie controllano le rotte commerciali illecite. La collaborazione avviene principalmente su tre fronti. Il narcotraffico è l’asse portante del connubio. Le mafie (come la ‘Ndrangheta o i cartelli sudamericani) acquistano stupefacenti o gestiscono reti di distribuzione in Europa, mentre gruppi terroristici o insorgenti (come i Talebani, Hezbollah o storicamente le FARC in Colombia) controllano i territori di produzione o le rotte di transito (ad esempio nel Sahel o nella Valle della Beqa’a), tassando i carichi o gestendo direttamente il traffico. C’è poi il traffico d’armi per le mafie molto vantaggioso. Le reti mafiose radicate nei Balcani o nell’Est Europa hanno canali storici per l’approvvigionamento di armi da guerra. I gruppi terroristici sfruttano queste stesse reti per rifornire le proprie cellule operative. Contrabbando e tratta di esseri umani è un altro settore notevolmente redditizio. Le rotte migratorie verso l’Europa, in particolare quelle che attraversano la Libia e il nord dell’Africa, vedono una forte convergenza. Le milizie locali ed estremiste controllano i nodi di partenza e i centri di detenzione, mentre le reti criminali transnazionali gestiscono l’introduzione dei migranti e lo sfruttamento nei paesi d’arrivo.

Come cooperano?

Gli analisti e le agenzie d’intelligence (come l’UNODC o l’Europol) evidenziano che il rapporto non è quasi mai un’alleanza ideologica, bensì un accordo utilitaristico che può assumere diverse forme. Si tratta di rapporti puramente d’affari a breve termine. Un esempio concreto è stato confermato dalle relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia in Italia: reti criminali nostrane hanno scambiato armi o supporto logistico con esponenti di fazioni estremiste mediorientali o nordafricane in cambio di partite di hashish o supporto nel riciclaggio. I terroristi comprano dalle mafie servizi specialistici, documenti falsi, canali di riciclaggio. Utilizzano dei sistemi di Hawala (sistemi informali di trasferimento di denaro) o di aziende di copertura create dalle mafie nell’economia legale per pulire il denaro o finanziare cellule senza lasciare tracce nei sistemi bancari tradizionali.

Esiste la possibilità d’interscambiabilità tra le due organizzazioni criminali in questione?

Questo è lo scenario estremo. Avviene quando un gruppo terroristico si trasforma gradualmente in un cartello criminale (o viceversa). È il caso dello Stato Islamico (Daesh) nel momento della perdita dei territori in Siria e Iraq, che ha iniziato a finanziare le sue cellule residue in Europa attraverso la micro-criminalità, le rapine, le frodi fiscali e lo spaccio di droga.

Qual è la situazione delle mafie italiane in questo contesto?

Le organizzazioni mafiose in Italia, stringono alleanze di convenienza in tutto il mondo e non solo con altre associazioni criminali ma anche con cellule terroristiche nella misura in cui ciò costituisca un vantaggio, un’opportunità, una convenienza economica. Nella regione della Tripla Frontera (Argentina, Brasile e Paraguay) si registrano presenze di cosche di ‘ndrangheta, di esponenti di cartelli sudamericani che si sono spostati dalla Colombia al sud dell’America Latina e cellule di Hezbollah che facilitano il riciclaggio del denaro, l’accesso alle rotte del traffico anche verso il Medioriente e che in cambio ottengono finanziamenti per le attività terroristiche. Ci sono poi collegamenti tra le mafie italiane e quelle dell’Africa occidentale nel delta della regione del Lagos, della Nigeria, dove opera Boko Haram e il Sahel è diventata una rotta del narcotraffico primaria in alternativa all’ingresso della cocaina in Spagna, in Portogallo, a Rotterdam. Poi ci sono i collegamenti con le mafie del sud-est asiatico per le grandi frodi. Siamo di fronte a multinazionali, con intermediari e segmenti criminali che prendono in appalto parte della filiera del narcotraffico.

Si dice che il luogo d’incontro tra mafiosi e terroristi sia il carcere, è vero?

Un aspetto cruciale del nesso tra mafia e terrorismo sono le carceri. Molti rapporti investigativi europei dimostrano che il reclutamento e la radicalizzazione avvengono spesso proprio dietro le sbarre. I criminali comuni o i membri di organizzazioni mafiose di basso rango, già abituati all’uso della violenza e alla clandestinità, entrano in contatto con ideologi del terrore. Questo crea un mix pericoloso: il terrorismo guadagna braccia operative con competenze tattiche e militari già pronte all’uso. Per le grandi mafie tradizionali (come la ‘Ndrangheta o Cosa Nostra), collaborare troppo apertamente con il terrorismo internazionale è un’arma a doppio taglio. Le azioni terroristiche attirano l’attenzione massiccia degli apparati d’intelligence statali e internazionali, l’esatto contrario di ciò che serve alle mafie, che preferiscono operare nel silenzio per non disturbare i propri affari e l’infiltrazione nell’economia legale. Di conseguenza, i contatti stabili avvengono spesso tramite intermediari o “cani sciolti” delle rispettive organizzazioni.

Le armi delle guerre dell’ex Jugoslavia e del conflitto russo-ucraino possono finire nella disponibilità dei terroristi?

Assolutamente sì. La proliferazione di armi leggere, esplosivi e persino sistemi missilistici portatili provenienti da zone di conflitto è una delle principali minacce alla sicurezza internazionale. La storia recente ci dimostra che i conflitti lasciano dietro di sé “polveriere a cielo aperto” cui le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici attingono per decenni. I casi dell’ex Jugoslavia e dell’Ucraina offrono dinamiche diverse ma ugualmente pericolose.

Come fanno le armi a finire in mani terroristiche?

Il contrabbando avviene principalmente per corruzione di singoli elementi, furti nei depositi bombardati, o cattura di materiale da parte delle forze nemiche che poi lo rivendono al mercato nero. Quando le armi “tacciono”, nella fase del post-conflitto, migliaia di combattenti smobilitati si ritrovano senza reddito ma con un enorme quantitativo di armi. Il commercio clandestino diventa per molti una forma di sopravvivenza.

Esistono contromisure per evitare il pericoloso rapporto tra mafie e terrorismo?

Sono indispensabili strategie radicalmente diverse rispetto al passato. Poiché l’alleanza tra questi due mondi non è ideologica ma funzionale e finanziaria, le contromisure internazionali e nazionali si devono concentrare sul colpire i punti di contatto: il flusso di denaro, le rotte di contrabbando, i canali digitali e le carceri. Occorre attualizzare l’intelligence finanziaria dal follow the money al follow the virtual money. Potenziare il coordinamento tra forze di polizia e magistratura a livello globale. Fortificare la sicurezza digitale e il monitoraggio del dark web. Evitare la promiscuità tra detenuti mafiosi e terroristi. Potenziare i controlli sulle rotte di transito. Tutto questo allo scopo di evitare che mafiosi e terroristi inizino a fare affari.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane ed estere e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche d’indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.

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