«I segreti di Marilyn Monroe», il bisogno d’amore della grande star (Voto 8)- Corriere.it

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di Maurizio Porro

Nel documentario su Netflix vengono ripercorse tutte le tappe giudiziarie. Ma le ipotesi restano due: suicidio vero o errore nella dose di pillole e barbiturici

Anche dopo 60 anni Marilyn è sempre Marilyn. Non c’è bisogno del cognome, basta la doppia MM, basta quel viso dolce, sensuale ma innocente e quel temporale di malinconia sempre sul punto di abbattersi sui suoi occhi. Ecco perché si vede con piacere, niente a che fare con la volgarità del gossip, un documento come «I segreti di Marilyn Monroe» ora su Netflix col titolo originale «The mistery of Marilyn Monroe», sottotitolo i nastri mai sentiti prima. Qualcosa di sconvolgente? No, più o meno solo le rivelazioni che in questi decenni, almeno dal 1982, si sono susseguite su organi di stampa e inchieste giudiziarie americane, quelle che hanno potuto indagare meglio dopo la scomparsa di alcuni cittadini al di sopra di ogni sospetto. Diretto da Emma Cooper, si basa sui nastri registrati e catalogati con precisione, sulle telefonate dell’indagine di Anthony Summers, che ha intervistato ben 650 persone fra amici e conoscenti della diva scomparsa a 36 anni dopo aver incantato i mass media con la foto della gonna che si alza nel vento sotterraneo della metro di Manhattan. Le voci che si sentono sono spesso doppiate, le immagini anche (Billy Wilder, per esempio, è spesso di spalle ma dice cose che ha dichiarato alla stampa), ma nel complesso i risultati di questa inchiesta psico cinematografica (apparsa su Vanity Fair) è interessante perché è la somma di tutto gli interrogativi che ci siamo sempre posti sulla morte della brava attrice che non ha mai vinto un Oscar. Negli audio si sentono le voci di Huston, i parenti dello psichiatra Ralph Greenson, deceduto prima della sua infelice paziente, Eunice Murray la sua governante spesso ritratta all’epoca sulla soglia di quella modesta casa e di quel letto sfatto che ha sentito gli ultimi sospiri e le ultime telefonate della diva e di molti altri, riallestendo nella memoria l’epoca dei grandi film americani e delle grandi paure nucleari e della guerra fredda.

È strano che siano attori «in costume» che recitano le intimità dell’attrice di A qualcuno piace caldo e Niagara, di Gli uomini preferiscono le bionde e Come sposare un milionario, ma ammessa questa stranezza della storia e della riservatezza, si resta comunque avvinti e un poco sconcertati dalla sincerità di alcune opinioni e dichiarazioni. E anche da alcuni video che sembrano inediti, come quello della festa di nozze con Arthur Miller (definito chissà perché sceneggiatore e non drammaturgo, pur citando Morte di un commesso viaggiatore), matrimonio a scadenza anche per ingratitudine, ed altri spezzoni di una vita partita in bianco e nero, stroncata sul più bello dall’ingratitudine di una carriera iniziata da orfanella, anzi trovatella, waif, nonostante ci fosse una mamma in casa di cura, oggetto poi di attenzioni dei media. Molte intimità di questa infelice Marilyn le sappiamo, ma il documento ha il merito di offrirci la lingua e il linguaggio di una vicenda umana che appare generica ed invece è unica, anche se molti sono stati i sacrifici umani della Hollywood Babilonia, non per caso in origine detta Hollywood land. La verità definitiva giudiziaria non c’è e non ci sarà mai – tradotto: non ci sono le prove per dire che si sia trattato di un omicidio – così il giallo rimane insoluto, ma l’insieme delle prove dimostrano quanto Marilyn avesse bisogno, oltre alle pillole per dormire, di affetti celebri. Da Joe DiMaggio, pur sposato quando la sua carriera sportiva era al limite, a Miller, a Lee Strasberg and family con l’Actor’s Studio, fino alla celeberrima e duplice love story con i fratelli più famosi e potenti degli ani ’60, i Kennedy, il presidente John Fitzgerald e il fratello Bob, entrambi cadaveri eccellenti di una triste stagione americana di cui Marilyn è stata la drammatica prefazione.

Ma le ipotesi restano due: suicidio vero o errore nella dose di pillole e barbiturici, dizione che spesso ricorreva all’epoca quando si raccontavano i comodini delle attrici più note. Su Marilyn si sono scritte e dette tante cose, girati molti film, scritti molti libri come quello bellissimo di Joyce Carol Oates edito in Italia dalla Nave di Teseo («Blonde»), ma il suo mito e la sua leggenda rimangono intatti, come parte del suo cinema. Primo, per la sua carriera che va riconsiderata come quella di una grande attrice non abbastanza considerata, prova ne sia la sua ultima performance negli Spostati; secondo per il fascino della silenziosa infelicità esistenziale, la insaziabile fame di affetti che appare oggi e ieri evidente, nonostante il travestimento in commedia, technicolor e Cinemascope della Fox, la major che l’aveva sotto contratto nel primo tempo della sua breve ma brillantissima carriera. Eppure questa della sua morte, quel 4 agosto 1962 a Los Angeles, è una crime story e nel film Netflix molto si parla del legame con i Kennedy, erede di un padre sciupafemmine nel mondo del potere cinematografico, e di Peter Lawford che faceva da messaggero d’amore concedendo l’intimità della sua casa per incontri segreti. Certo la soluzione non c’è o è quasi banale: Marilyn come vittima sacrificale di uomini che l’hanno usata e che spesso confessano le loro colpe, senza grandi rimorsi. Ascoltando lei e i suoi amici, lei e i suoi mariti, lei e i suoi amanti, lei e i suoi personaggi, lei e le sue partner come Jane Russell, non si può fare a meno di stringere con l’attrice un patto di sangue, di affetto e di amicizia, ci accorgiamo che le abbiamo sempre voluto bene e non solo per i suoi film anche se, come dice l’ultima battuta del suo cult, Nessuno è perfetto.

11 maggio 2022 (modifica il 11 maggio 2022 | 08:05)

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