I tormenti del piccolo Spielberg quando la madre aveva un amante (voto 7½)- Corriere.it

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In «The Fabelmans» la passione per il cinema e la separazione dei genitori

Come si diventa registi? Cercando di realizzare i propri sogni adolescenziali, ma anche imparando a soffrire e a fare i conti con la vita vera. Questa, almeno, è la risposta che ci dà Steven Spielberg con il suo ultimo film, «The Fabelmans», scritto con Tony Kushner e presentato alla Festa del cinema per la sezione «Grand Public». Sotto le forme di una specie di «autofiction», il film racconta la vita di Sam Fabelman (Mateo Zoryon Francis-DeFord bambino, Gabriel LaBelle adolescente) a partire dai sette anni, quando la visione di «Il più grande spettacolo del mondo» lo impressionò a tal punto da voler rifare con un trenino giocattolo l’incidente ferroviario del film di DeMille.

Prima solo con i modellini, poi anche filmandolo con una piccola cinepresa 8mm avuta dalla madre (Michelle Williams). L’impressione che il film con James Stewart e Betty Hutton fece su Spielberg è cosa risaputa, che qui sia nata la sua voglia di cinema è verosimile, che i genitori fossero lei una concertista e lui un ingegnere informatico (Paul Dano) è vero (anche se dà loro nomi diversi: Mitzi e Burt), così come la presenza di tre sorelle, ben presto coinvolte nei suoi esprimenti cinematografici. Quello che si conosceva meno è la vita privata della famiglia Fabelman/Spielberg, con la presenza dello «zio»Bennie (Seth Rogen), braccio destro del padre nei suoi progetti informatici ma anche causa del divorzio della coppia, che il film racconta senza nascondere l’impatto sui figli ma forse con fin troppa delicatezza rispetto agli adulti (almeno a ricordare le battute piuttosto acide messe in bocca alla madre sola in «E.T. l’extra-terrestre»).

Sono queste le parti forse meno convincenti del film, dove si capisce la voglia del regista di onorare una memoria che ha lasciato più di un dolore senza però fare accuse o recriminazioni ad alcuno, specie verso la madre «fedifraga». Anche se sono l’occasione per il giovane Sam, che scopre le tenerezze tra madre e zio grazie alle riprese amatoriali di una vacanza in camping, di accorgersi che il cinema può svelare quello che non ti aspetti o che non hai cercato. Dove invece il film racconta fatti già conosciuti — i film in Super8 e a 16mm fatti con gli scout; il disprezzo antisemita patito dopo il trasferimento in California —, ecco che allora Spielberg lascia via libera alla sua inventiva, regalando momenti di piacere e divertimento: i trucchi dilettanteschi per i suoi film, le tecniche artigianali di ripresa (le sue celebri «carrellate laterali» fatte con una carrozzina), la scoperta dell’antisemitismo e dell’aggressività tra coetanei, ma anche dei palpiti del cuore capaci di superare le differenze di religione (l’incontro con Monica, «innamorata» di Gesù ma anche di Sam, è esilarante).

Come se affrontare temi che non lo coinvolgessero emotivamente gli concedesse quella libertà e quell’inventiva che la separazione dei genitori, pur cinquant’anni dopo, sembra non lasciargli. Il che in fondo conferma quello che aveva spesso raccontato con i suoi film, dove i protagonisti finivano per cercare una «famiglia» fuori dalle mura di casa, presso amici extraterrestri («E.T.» ma anche «Incontri ravvicinati») o poliziotti genitoriali («Prova a prendermi») o clienti casuali («Il ponte delle spie»). E che la vera famiglia di Spielberg è proprio il cinema. Come nell’ultima, indimenticabile scena, di cui diremo solo che l’aspirante regista impara l’importanza della linea dell’orizzonte.

20 ottobre 2022 (modifica il 21 ottobre 2022 | 08:12)

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