il film in cui Coppola provò a esorcizzare il suo dolore- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

La riproposizione del conte transilvano ha un sottotesto personale molto forte

10 novembre 1992. A due anni dal controverso capitolo III della saga di “Il padrino”, Francis Ford Coppola tornava nelle sale Usa con un film solo apparentemente lontano dalla sua poetica: “Dracula di Bram Stoker”, un adattamento così fedele al romanzo originario da rendere obbligata per la prima volta l’integrazione nel titolo del nome dell’autore. Era l’ultima di una lunghissima serie di pellicole che sin dall’epoca del muto avevano capitalizzato sull’affascinante figura del non-morto con infinite variazioni sul tema, ma relativamente pochi tentativi di messa in scena del personaggio “puro”: dai capolavori “Nosferatu il vampiro” (1922) di Murnau e “Dracula” (1931) di Tod Browning, passando per i due -ottimi- film con il leggendario Christopher Lee diretti da Terrence Fisher per la londinese Hammer (“Dracula il vampiro”, 1958 e “Dracula, il principe delle tenebre”, 1966) e per quello -sempre con Lee, ma mediocre- di Jess Franco (“Il conte Dracula”, 1969), fino ai simultanei “Nosferatu, il principe della notte” (remake di Murnau firmato Werner Herzog) e (sottovalutato) “Dracula” di John Badham, entrambi del 1979. Invitato dalla (poi) protagonista Winona Ryder a prendere in considerazione la sceneggiatura che James Hart aveva scritto attenendosi con scrupolo filologico al libro di Stoker, dall’incipit storico nella Costantinopoli caduta del Quattrocento all’epilogo transilvano, Coppola rimase colpito dalla possibilità di riplasmare quella materia assecondando molte delle ossessioni già presenti in forma più sotterranea nel suo cinema precedente (e nella sua tormentata vita privata: come la morte del ventiduenne figlio primogenito Giancarlo, avvenuta nel 1986): e s’imbarcò nell’impresa con una forza che raramente in seguito avrebbe ritrovato. 1462.

Mentre i musulmani turchi minacciano il mondo cristiano in Europa, il cavaliere romeno Vlad Tepes (Gary Oldman), conosciuto anche come Dracul, interviene con furia sanguinaria a difesa della Chiesa. Quando al ritorno dalla guerra scopre che l’adorata moglie Elisabeta (Winona Ryder) si è suicidata dopo aver ricevuto la falsa notizia della sua morte in battaglia, reagisce però alle parole del sacerdote che ne officia le esequie condannandola alla dannazione per la blasfemia dell’atto rinnegando la Fede e trasformandosi in un vampiro immortale. Cinque secoli dopo, nel 1897, l’avvocato inglese Jonathan Harker (Keanu Reeves) viene inviato in Transilvania per concludere una transazione immobiliare con un eccentrico conte locale: e al suo arrivo nella dimora di Dracula, questi riconosce in una foto della fidanzata di Harker, Mina Murray (ancora Winona Ryder), la reincarnazione dell’indimenticata Elisabeta. Il conte si reca così a Londra sulle tracce della donna e riesce facilmente a sedurla; ma poiché per mantenere le sue sembianze giovanili è costretto a nutrirsi del sangue di Lucy (Sadie Frost), la migliore amica di Mina, attira l’attenzione del dottor Seward (Richard E. Grant) e dell’esperto olandese di vampirismo Abraham van Helsing (Anthony Hopkins). Dracula e Mina si ritroveranno indissolubilmente legati dall’amore benché lei, spaventata dalla sua attrazione per il vampiro, abbia nel frattempo accettato di sposare Harker; e dopo che Dracula, braccato, l’avrà finalmente vampirizzata prima di rifugiarsi nuovamente in Transilvania, toccherà proprio alla giovane durante lo scontro finale coi cacciatori spezzare la condanna eterna del vampiro.

L’immortalità come utopia necessaria a non subire il dolore per la perdita prematura degli affetti più cari: il senso del Dracula di Coppola è tutto qui e nelle pieghe di un cinema che tenta disperatamente con la cristallizzazione dell’atto stesso del suo farsi di essere il mezzo con cui esorcizzare il dolore di sopravvivere (come ribadito anche dalla struggente opera successiva del regista, Jack, 1995). Il megafilm del maestro di Detroit è però anche molto altro. Una riflessione sull’“avidità di sangue [che] diventa avidità d’immagini: quasi a dire che, se alla fine dell’Ottocento il vampiro era Dracula, alla fine del Novecento il vero vampiro è chi fa cinema. E chi lo guarda” (P. Mereghetti): e, non a caso, una delle pochissime libertà che il film si concede è infatti quella di una postdatazione degli eventi di poco più di un lustro per consentire a Vlad di portare Mina al cinematografo. Ma anche una sfaccettata ricerca di lirismo romantico quasi shelleyana esplicitata soprattutto nella costruzione dei dialoghi, cesellati di indimenticabili, temerari, reiterati e consapevolmente inattuali squarci poetici (“Voi credete nel destino? Che persino i poteri del tempo possano essere alterati per un unico scopo? L’uomo più fortunato che calpesta questa terra è colui che trova il vero amore.”; “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti.”).

Il resto, lo fanno le immagini e i suoni. Pure, potenti e lavoratissime le prime (la fotografia “termica” di Michael Ballhaus ovviamente imbibita di ogni tonalità del rosso ma anche smorzata da pennellate bu notte), col digitale usato parsimoniosamente in funzione di ponte con cui ricreare nel presente le meraviglie dei “trucchi” del cinema delle origini; e con la scansione narrativa punteggiata da tutti gli effetti di transizione del cinema muto (come le chiusure a iride o le dissolvenze da nero). Dissonanti come si conviene alle colonne sonore del maestro Wojciech Kilar i secondi (con brani in cui viene messa in evidenza la voce “demoniaca” della grande performer americana Diamanda Galás) e un design della colonna rumori di cui nessuna visione domestica potrà mai più restituire la stratificazione. E un cast audace: Oldman, che sulla carta non pareva essere in grado di dare corpo al mito, è indimenticabile al pari dei suoi sodali Ryder, Hopkins e Reeves, utilizzati enfatizzando per contrasto l’abissale differenza dei loro rispettivi “metodi”. Tre Oscar: ai costumi visionari della giapponese Eiko Ishioka, al makeup dell’esperto Greg Cannom, al montaggio del suono. Un capolavoro che a distanza di trent’anni resta ancora equamente sospeso tra la sua fruibilità puramente spettacolare da anti-blockbuster e l’inafferrabilità del suo selvaggio e desueto romanticismo.

10 novembre 2022 (modifica il 10 novembre 2022 | 13:16)

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