Il petrolio del Venezuela che fa gola a Trump

Le trivelle potrebbero continuare all’infinito. Sotto questa terra ci sono le riserve di petrolio più grandi al mondo. Quelle del Venezuela: 303 miliardi di barili, il 17% del totale globale. Oggi il maggiore acquirente è la Cina.

Non stupisce che la parola “petrolio”, nelle parole del presidente Trump dopo l’attacco al Paese, sia tornata più volte. “Le compagnie americane arriveranno, spenderanno miliardi, aggiusteranno le infrastrutture e inizieranno a fare soldi per il Paese”.

Ma il compito non è facile. In Venezuela oggi si estrae 1 milione di barili al giorno. In passato erano 3 e mezzo. Per un paragone: negli Usa se ne producono 13 milioni al giorno.

Un petrolio molto denso, per lavorarlo serve un processo specifico, particolarmente inquinante. Gli analisti ricordano: chi decide di investire nel Paese deve considerare instabilità e insicurezza. E le compagnie americane lo sanno bene. Le prime concessioni petrolifere per le 7 sorelle risalgono agli anni ’20 del ‘900. Ma solo Chevron opera ancora nel Paese. Che nel 1960 è stato tra i fondatori dell’Opec, l’organizzazione dei principali produttori. Nel 1976 inizia la nazionalizzazione delle produzioni. Accelerata dalla presidenza Chavez, prima di Maduro. In risposta, le sanzioni americane, con la prima amministrazione Trump, e l’estromissione dall’Opec. Si rafforzano i rapporti con la Cina, che oggi compra l’80% del petrolio esportato dal Venezuela. E lo starebbe aiutando a ricostruire le infrastrutture.

L’obiettivo di Trump è inserirsi in questo processo. Da vedere quanto i giganti del petrolio siano pronti a seguirlo.
 

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