Nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale scende al 22,6% dal 23,1% del 2024. Lo rileva l’Istat che parla di “segnali di miglioramento delle condizioni di vita”. Rispetto all’anno precedente, in particolare la quota di individui a rischio di povertà rimane stabile (18,6% rispetto a 18,9%), mentre diminuisce quella di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro(8,2% e 9,2%) e aumenta leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale(5,2% e 4,6%).
Il rischio di povertà o esclusione sociale resta più elevato per alcune tipologie familiari e gruppi di popolazione, nonostante il miglioramento complessivo dell’indicatore. Secondo l’Istat, l’incidenza raggiunge il 31,6% tra i monogenitori e il 30,6% tra le coppie con tre o più figli, livelli significativamente superiori alla media nazionale del 22,6%.
Valori elevati si registrano anche tra le persone sole, sia sotto sia sopra i 65 anni. Il divario è particolarmente marcato per cittadinanza: tra gli individui che vivono in famiglie con almeno uno straniero il rischio di povertà o esclusione sociale sale al 41,5%, in aumento rispetto all’anno precedente.
Al contrario, per le famiglie composte esclusivamente da italiani l’indicatore scende al 20,1%.Le differenze si confermano anche in base alla composizione familiare: per le coppie senza figli il rischio è piùcontenuto, mentre cresce al crescere del numero di figli e in presenza di un solo percettore di reddito. I dati evidenziano come, accanto alla riduzione complessiva dell’indicatore, persistano condizioni di maggiore fragilità economica legate alla struttura familiare e alla cittadinanza.
Reddito medio annuo delle famiglie sale a 39.501 nel 2024
Nel 2024 il reddito medio annuo delle famiglie italiane cresce a 39.501 euro, in aumento del 5,3% in termini nominali e del 4,1% in termini reali rispetto all’anno precedente. Secondo i dati presentati da Istat nel report Condizioni di vita e reddito delle famiglie si tratta di un recupero dopo due anni consecutivi di contrazione, favorito da una dinamica dei redditi superiore all’inflazione. La crescita interessa tutte le aree del Paese, con un incremento più marcato nel Nord-est (+5,2% in termini reali) e aumenti più contenuti nel Nord-ovest (+2,7%). Nonostante il miglioramento, i livelli restano inferiori a quelli precedenti alla crisi finanziaria: in termini reali, il reddito medio familiare è ancora più basso del 4,9% rispetto al 2007.
La distribuzione dei redditi mostra segnali di minore disuguaglianza. Il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero scende a 5,1 da 5,5 del 2023, indicando una riduzione del divario. Il reddito mediano si attesta a 31.704 euro annui, pari a circa 2.642 euro al mese, in crescita del 5,5% nominale. Tra le componenti, aumentano i redditi da lavoro dipendente (+3,8%), quelli da lavoro autonomo (+2,6%) e soprattutto pensioni e trasferimenti pubblici (+4,4%). Persistono differenze territoriali e tra tipologie familiari: i livelli più elevati si registrano nel Nord-est, mentre nel Mezzogiorno i redditi restano significativamente più bassi. Le coppie con figli presentano i valori mediani più alti, mentre le famiglie monogenitoriali e gli anziani soli si collocano su livelli inferiori.
Nonostante il recupero dell’ultimo anno, i redditi familiari in termini reali sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al 2007, ossia al periodo precedente la crisi finanziaria globale. La contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno ( -6,9%) e solo relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%).
Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%. Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio: il valore mediano, ovvero il livello di reddito al di sotto del quale si colloca il 50% delle famiglie residenti, è pari a 31.704 euro (2.642 euro al mese), valore in crescita del 5,5% in termini nominali rispetto al 2023. Le famiglie del Nord-est mostrano il reddito mediano più elevato (37.086 euro), seguite da quelle del Nord-ovest (il livello mediano è inferiore del 6% a quello del Nord-est), del Centro (-11%) e del Mezzogiorno (-29%).
Il reddito mediano varia in misura significativa anche in base alla tipologia familiare: le coppie con figli raggiungono i valori più alti con 49.894 euro (circa 4.160 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori, mentre le famiglie monogenitoriali presentano un reddito mediano di 33.290 euro e gli anziani che vivono soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 18.614 euro (1.550 euro mensili). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di 5.970 euro a quello delle famiglie composte solo da italiani (32.361 euro). Le differenze relative si accentuano passando dal Nord al Mezzogiorno, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è pari al 58% di quello delle famiglie di soli italiani.
Stabili gli occupati a rischio di povertà lavorativa, sono il 10,2%
Un occupato su dieci, in Italia, è a rischio di povertà lavorativa.Nel 2025, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, sostanzialmente invariato rispetto al 10,3% del 2024. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,2% contro 11,7%), nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito; in effetti, spesso le donne sono “seconde percettrici” di reddito da lavoro nel nucleo familiare e la bassa retribuzione non si traduce necessariamente in un rischio di povertà familiare.
In generale, infatti, il rischio di povertà lavorativa tra gli occupati a basso reddito da lavoro si attesta al 36,6%, ad indicare che quasi i due terzi dei lavoratori con basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa. Ampio lo svantaggio degli stranieri, che risultano a rischio di povertà lavorativa nel 25,9% dei casi rispetto all’8,3% stimato per gli italiani. Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 13,3% per le persone sole, rispetto al 4,2% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dal 7,8% per le coppie con un figlio al 16,7% per quelle con tre o più figli.
Nel caso in cui all’interno del nucleo vi siano più percettori di reddito, l’incidenza della povertà lavorativa risulta notevolmente ridotta: se per i nuclei con un solo percettore l’indicatore è pari al 20,4%, per quelli con tre o più percettori scende fino al 5,7%.
L’Istat ha spiegato che si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà e ha lavorato per più della metà dell’anno. Tale indicatore “adotta dunque una definizione restrittiva di occupato, dal momento che esclude gli individui con una presenza discontinua sul mercato del lavoro e che presentano un maggior rischio di basso reddito”
