Verificare eventuali contatti avuti negli ultimi tempi con il padre e quale rapporto avessero ristabilito. C’è anche questo nell‘ indagine della Procura di Velletri sulla morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, che il 10 settembre scorso si è tolta la vita lanciandosi dal palazzo in cui viveva, ad Ariccia. 

A fornire elementi utili potrebbero essere l’analisi del cellulare della donna, già acquisito dagli inquirenti, e la verifica della sua casella di posta elettronica.  Il padre della donna è tuttora detenuto ad Asti, dove sta scontando la condanna per l’omicidio di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 da lui e da altri appartenenti alla cosca contro la quale lei stessa aveva testimoniato. 

Nei giorni scorsi i pm hanno ascoltato il compagno di Denise, che potrebbe aver fornito elementi utili a ricostruire le ultime ore di vita della donna, che non ha lasciato biglietti né messaggi. 

Al momento il fascicolo per istigazione al suicidio resta contro ignoti mentre si è tenuta oggi, a Crotone, la cerimonia religiosa voluta dalla Diocesi in memoria della giovane donna.

A ricordarla anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. “Potrebbero esserci oggi altre Denise che non ce la fanno più “perché “esiste una violenza mafiosa ‘differita’ – ha detto don Ciotti – che agisce sottotraccia per anni, insinuandosi come un veleno nell’anima”. Quindi arriva a definire il suicidio di Denise come “un omicidio lungo 17 anni, il tempo che è passato dal delitto della madre”. 

“Non voglio accusare nessuno – ha detto don Ciotti – perché nella storia di Denise lo Stato è intervenuto senza esitazioni. Non è stata abbandonata. Eppure a un certo punto si dev’essere sentita comunque incredibilmente sola. Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli con i propri fantasmi, che spesso li ammalano”.    

Un intervento a cui si è richiamata la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo:  “Lo Stato nella storia di Denise c’è stato, ma alcune ferite, inferte dal padre ‘ndranghetista, non sono state curate. Questa storia – ha detto durante la commemorazione – però deve lasciare un segno in questa terra”.      

Presente in chiesa anche la sottosegretaria all’ Interno, Wanda Ferro. “La presenza dello Stato qui – ha sottolineato – serve per dire che ci siamo, che accompagneremo tutto il percorso anche del figlio di Denise, ma soprattutto per dire alla mafia e alla ‘ndrangheta che non ci tiriamo indietro rispetto a pagine di storia che devono essere nella memoria di tutti per costruire un percorso differente”.

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