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lo studio giapponese sulla sottovariante

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La nuova variante, BA.2, ribattezzata Omicron 2, potrebbe causare non pochi problemi nella lotta al Covid. È una variante simile alla Omicron, diventata prevalente in tutto il mondo per la sua alta trasmissibilità: i due ceppi di virus hanno 32 mutazioni in comune. BA.2, però, presenta anche 28 mutazioni uniche che gli scienziati stanno analizzando. I dati sono ancora contrastanti: uno studio inglese dice che, per quanto riguarda sintomi ed efficacia dei vaccini, non c’è nessuna differenza con Omicron 1, mentre invece una ricerca danese sostiene che BA.2 è più immunoevasiva. Ma da un recente studio giapponese emergono dettagli più preoccupanti: Omicron 2 è in grado di diffondersi ancora più velocemente, potrebbe causare malattie più gravi e sembra in grado di contrastare alcune delle armi che abbiamo contro il Covid-19.


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Omicron 2, i risultati dello studio

Per questo motivo è fondamentale effettuare la dose di richiamo. I risultati, ancora in fase di approfondimento, sono stati pubblicati come studio preliminare sul server bioRxiv. «Potrebbe essere, dal punto di vista umano, un virus peggiore del BA.1 e potrebbe essere in grado di trasmettersi meglio e causare malattie peggiori», ha spiegato il dottor Daniel Rhoads, capo sezione di microbiologia presso la Cleveland Clinic in Ohio. Rhoads ha esaminato lo studio, ma non è stato coinvolto nella ricerca.

 

L’esperto sottolinea che BA.2 è altamente mutato rispetto al virus originale che causa il Covid, emerso a Wuhan, in Cina, e presenta dozzine di cambiamenti genetici che sono diversi dal ceppo Omicron originale. Kei Sato, un ricercatore dell’Università di Tokyo che ha condotto lo studio, sostiene che i risultati dimostrano che il BA.2 non dovrebbe essere considerato un tipo di Omicron e che deve essere monitorato più da vicino. Dai dati sembra emergere che BA.2 sarebbe dal 30% al 50% più contagioso di Omicron. Attualmente la variante è stata rilevata in 74 Paesi e 47 stati Usa. È diventata dominante in almeno altri 10 Paesi: Bangladesh, Brunei, Cina, Danimarca, Guam, India, Montenegro, Nepal, Pakistan e Filippine, secondo il rapporto epidemiologico settimanale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

 

 

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