Marina militare, mezzi antinquinamento del MASE e un aereo della Guardia Costiera monitorano senza sosta la Arctic Metagaz, la metaniera russa alla deriva nel Canale di Sicilia, tra Malta e Lampedusa.
La nave è rimasta danneggiata da un’esplosione la settimana scorsa, forse da un attacco ucraino che però Kiev non ha rivendicato. L’imbarcazione è ancora a galla, anche se è priva di equipaggio e non risponde ai comandi. A bordo ci sono circa 900 tonnellate di gasolio e soprattutto due serbatoi di gas liquefatto da 60mila tonnellate.
Le autorità di Malta hanno ordinato a tutte le navi in transito di restare a una distanza di almeno cinque miglia. I 30 membri del personale che si trovavano a bordo al momento dell’incidente sono stati messi in salvo.
La situazione è seguita con attenzione anche per i suoi risvolti politici. La Russia ha accusato l’Ucraina di aver compiuto un “attacco terroristico” contro la nave. La Arctic Metagaz è infatti nella lista delle navi sanzionate da Stati Uniti e UE perché farebbe parte della cosiddetta flotta ombra russa, utilizzata per commerciare prodotti energetici evitando le restrizioni del G7. Le proprietà del mezzo sono opache, le coperture assicurative incerte.
Arctic Metagaz (vesselfinder.com/)
La nave si trova in acque internazionali, a 26 miglia ovest di Linosa, con una tendenza a scarrocciare verso nord.
“La situazione è governata dalle autorità italiane, in questo momento mi sento rassicurato”, dice il sindaco delle Pelagie Filippo Mannino.
Il colosso d’acciaio lungo 277 metri con il suo carico di 60mila tonnellate di gas naturale liquefatto a bordo è stato danneggiato da esplosioni fra il 3 e il 4 marzo nelle acque tra Libia e Malta: salire a bordo per metterla in sicurezza appare quasi impossibile.
Una fuoriuscita del carico potrebbe generare un disastro ambientale di enormi proporzioni: nubi criogeniche capaci di asfissiare la vita marina, incendi difficilmente controllabili, grave inquinamento delle acque e dell’atmosfera.