La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026 (riferita all’attività del 2025), presentata dal DIS (l’organismo di coordinamento dell’intelligence italiana) al Parlamento, il 4 marzo scorso, traccia un quadro della ‘ndrangheta come un’organizzazione sempre più “multidimensionale”, transnazionale e tecnologicamente avanzata. Il documento, intitolato “Governare il cambiamento: scenari della Sicurezza Nazionale”, non si limita a un consuntivo dei sequestri, ma analizza le traiettorie evolutive della minaccia. L’intelligence rileva come la ‘ndrangheta non operi più solo nel territorio fisico, ma si sia spostata massicciamente nel dominio cyber e digitale. L’uso di sistemi di comunicazione criptati e le valute virtuali per il riciclaggio sono ormai la norma. La relazione evidenzia un interesse crescente per i settori della transizione ecologica e digitale, cercando di intercettare i fondi pubblici destinati alle grandi opere e all’innovazione. L’intelligence segnala la capacità delle cosche di agire come “agenzie di servizi” per imprenditori compiacenti, offrendo capitali illeciti per salvare aziende in crisi o per eludere il fisco. Si conferma il ruolo egemone nel narcotraffico internazionale. L’aspetto più innovativo della relazione 2026 riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale generativa. I Servizi avvertono che le organizzazioni criminali potrebbero utilizzarla per raffinare le tecniche di social engineering e frodi finanziarie complesse. La ‘ndrangheta è osservata con attenzione anche in situazioni di “minaccia ibrida”, dove la manipolazione dell’informazione a livello locale può servire a condizionare le amministrazioni pubbliche. Con il professor Vincenzo Musacchio, docente di tecniche d’indagine antimafia al RIACS di Newark negli Stati Uniti, facciamo il punto su questa organizzazione criminale che è passata dall’essere una realtà criminale “grezza” a una multinazionale del crimine di matrice economica globale. 

Perché la ‘ndrangheta è tra i principali esponenti di punta del narcotraffico internazionale?
La risposta più naturale che mi viene spontanea è legata alla sua grande affidabilità. A differenza di altre organizzazioni criminali, la ‘ndrangheta ha una struttura basata su vincoli di sangue (le ndrine), il che rende il fenomeno dei collaboratori di giustizia estremamente raro. Per i cartelli sudamericani, dai messicani ai colombiani, i calabresi sono i partner ideali perché pagano in anticipo, non tradiscono e garantiscono una distribuzione capillare in tutta Europa. Sono, di fatto, i “broker” globali della cocaina in Europa e in altre parti del mondo.

Si parla spesso di una struttura arcaica, ma nei fatti sembrano poi dei manager sofisticati. Come conciliano questi due aspetti?
Si conciliano benissimo poiché gli ndranghetisti hanno nel loro dna violenza e controllo del territorio misti a corruzione e transnazionalità delle loro azioni criminali. È questo mix il loro più grande punto di forza. Hanno i loro affari in Calabria, nel Nord Italia e in ogni angolo del pianeta dall’Australia, fino alla Nuova Zelanda e al Sudafrica. Mantengono il controllo del territorio e l’identità attraverso riti e tradizioni. Utilizzano, al tempo stesso, sistemi di comunicazione criptati, pagano in criptovalute e muovono capitali attraverso complessi sistemi bancari e finanziari. Sono sempre un passo avanti rispetto ai loro antagonisti criminali e nei confronti dello Stato.

Quali sono le rotte attuali? Il porto di Gioia Tauro è ancora centrale nei traffici di droga?
Gioia Tauro resta uno snodo ancora importante, tuttavia, la ‘ndrangheta si adatta sempre alle esigenze del momento. Oggi i grandi carichi arrivano soprattutto nei porti del “Northern Range”: Anversa, Rotterdam e Amburgo. Lì i controlli sono più difficili per via dell’enorme volume di container. Hanno aperto, inoltre, nuove rotte in Africa occidentale e nei Balcani, collaborando con i clan nigeriani, albanesi e turchi che agiscono come loro “braccio collaborativo” logistico.

Per quanto riguarda l’arrivo fisico della merce? Ha appena detto dei porti del Nord Europa come Rotterdam e Anversa. Qual è il ruolo dei broker in questi enormi hub logistici?
Il broker calabrese è come un “direttore d’orchestra” del narcotraffico. Spesso non tocca mai la droga. Il suo compito è far sì che il container giusto esca dal porto senza essere controllato. Le strategie criminali sono molteplici. Non si limitano a corrompere il piccolo operatore. Pagano cifre alte — si parla di somme vicine ai duecentomila euro per un singolo container — a quadri intermedi, doganieri o specialisti informatici che possono inserire codici di sdoganamento falsi nei sistemi digitali dei porti. In città come Anversa, le mafie attuano un vero “reclutamento” tra i giovani portuali o i disoccupati delle zone limitrofe. Li avvicinano, li aiutano economicamente e poi chiedono “piccoli favori”, fino a renderli complici anche sotto minaccia se occorre. I broker coordinano squadre di recupero che entrano nei porti (spesso nascoste in container “sicuri”) per prelevare la droga dai container prima che passino sotto gli scanner della dogana. Nel 2026, stiamo vedendo l’uso crescente di droni sottomarini e di superficie per recuperare i carichi gettati in mare poco prima dell’arrivo in banchina.

Dove finiscono gli immensi profitti del narcotraffico? Si stima che la ‘ndrangheta fatturi decine di miliardi di euro l’anno, è vero?
La cocaina è solo il motore primario. Il vero pericolo è la “zona grigia”. I proventi sono ripuliti nell’economia legale: edilizia, ristorazione, catene alberghiere e, sempre più spesso, nelle energie rinnovabili e nel settore sanitario. Non cercano solo il profitto, ma il controllo del mercato. Quando una ditta mafiosa vince un appalto perché può permettersi prezzi fuori mercato grazie al riciclaggio, l’economia sana muore. Oggi il riciclaggio è diventato un’attività “servizio”. La ‘ndrangheta non fa tutto da sola. Si affida a professionisti esterni, spesso colletti bianchi insospettabili. Sposta spesso i capitali verso i paesi produttori o i paradisi fiscali con intermediari che compensano i debiti senza che il denaro fisico attraversi mai le frontiere. Parallelamente, usano migliaia di “esperti” che eseguono piccoli depositi frazionati (tecnica dello smurfing) per non destare sospetti. Nel 2026, l’uso di “stablecoin” (criptovalute ancorate al valore del dollaro o dell’euro) è diventato lo standard. Consentono di muovere milioni di euro in pochi secondi con un click, evitando la volatilità del bitcoin. Usano “mixers” per rendere anonime le transazioni e portafogli digitali (cold wallets) che possono contenere fortune su una semplice chiavetta usb. La ‘ndrangheta segue le tendenze globali. Riciclano ingenti somme nel settore delle energie rinnovabili — fotovoltaico ed eolico — e nel mercato dell’arte e dell’antiquariato, spesso utilizzando i “freeport” (porti franchi come quello di Ginevra o del Lussemburgo) dove le opere possono restare depositate per anni, cambiando proprietà senza mai muoversi fisicamente. 

C’è una speranza di vincere la lotta a questa multinazionale del crimine?
Non bisogna sperare ma agire. Un ruolo importantissimo lo riveste la cooperazione internazionale. La ‘ndrangheta ragiona in modo transnazionale, quindi anche le forze dell’ordine e la magistratura devono farlo. Operazioni come “Eureka” hanno dimostrato che colpendo simultaneamente in diversi Paesi si possono smantellare reti che sembravano intoccabili. Serve, tuttavia, anche una battaglia culturale: dobbiamo smettere di vedere la mafia come un problema solo italiano. È un virus letale che avvelena l’Europa intera. La ‘ndrangheta non spara più come un tempo perché il sangue attira l’attenzione. Oggi preferisce il silenzio della finanza. Come ben dice il mio amico Antonio Nicaso: “Non cerca più il potere, è diventata essa stessa un pezzo del sistema economico”.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia

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