«Non sono un prodotto di Hollywood»- Corriere.it

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di Stefania Ulivi

La masterclass dell’attore : «Il bello di invecchiare, e io sono vecchio ormai a 58 anni, è poter insegnare quello che ho imparato. Il primo film arrivò dopo 2 mila performance»

ROMA Non c’è neanche stato bisogno che pronunciasse la celebre battuta di Massimo Decimo Meridio «Al mio segnale, scatenate l’inferno». È bastato che Russell Crowe mettesse piede nell’Auditorium della Conciliazione — ospite d’onore del XX compleanno di Alice nella città, dopo i festeggiamenti del giorno prima in Campidoglio — per trascinare con sé la sua armata, in gran parte composta da studenti di cinema. Doveva essere una masterclass, scandita dalle clip dei suoi film più popolari. Diventa, invece, un «Russell Show», di cui è regista, interprete, moderatore, valletto, anche cantante a un certo punto. «Il bello di invecchiare, e io sono vecchio ormai a 58 anni, è poter insegnare quello che ho imparato. Una sola regola: non voglio domande tipo cosa ho mangiato a colazione. Voglio parlare solo di cinema, di ciò che succede davanti e dietro la macchina da presa».

Lui, racconta, ci è capitato di fronte quando aveva solo 6 anni. «Mia madre si occupava del catering sui set, a volte la andavo a trovare. Un giorno stavano girando una serie e non c’erano abbastanza bambini. Lei mi ha offerto volontario». Non ha più smesso. «Mi dicono: sei stato un bambino prodigio. No, sono stato un bambino comparsa. Ho fatto tanta tv, poi ho iniziato a scrivere canzoni e a suonare. Ho recitato nei musical come Grease, fatto 420 repliche di Rocky Horror Picture Show. Ho lavorato come deejay nei night, fatto i turni da barman. Nessuna scuola di recitazione. Questo sono io, non un prodotto di Hollywood. Il primo lungometraggio è arrivato a 25 anni con duemila performance alle spalle».

Dispensa consigli. «Scrivere canzoni e suonare sono la mia grande passione. Ma non ci pago le bollette. Vi diranno di concentrarvi solo su una cosa. Non li ascoltate. Se avete una passione non sprecatela: è una fortuna, consideratevi privilegiati». Alla ragazza che gli confessa di sentirsi un’outsider, arrivando da un piccolo paese della Sicilia, replica rilanciando. «Pensano tutti che io sia australiano ma sono nato a Wellington, in Nuova Zelanda, lontano da tutto. Mi sono sempre sentito così anche io». C
ome Massimo che, aveva ricordato in Aula Giulio Cesare, «era un ospite, era un immigrato, un outsider
». L’importante
è trovare la propria strada. E, nel cinema, seguire due regole: «Cura dei dettagli e collaborazione. Mi sono sempre messo al servizio della visione del regista. All’inizio con Ridley Scott non è stato facile. Ma il grande privilegio è stato essere il fortunato in grado di dargli la sfumatura che cercava». Gli è valso uno dei cinque Oscar vinto da Il gladiatore nel 2001.

Oggi alla Festa presenta la sua seconda regia, il thriller Poker Face
(uscirà il 24 novembre con Vertice 360). E ha promesso che tornerà presto per un concerto. Nel frattempo persevera, infaticabile, con il suo compito di «ambasciatore di Roma nel mondo». Soprattutto sui social. Dove il suo entusiasmo si scontra con punte di pragmatismo capitolino. Come quando ha postato il profilo del Cupolone al tramonto con la scritta: «Dove sono?». «Davanti a ‘na carta da parati», gli ha risposto Valerio Mastandrea.

15 ottobre 2022 (modifica il 15 ottobre 2022 | 22:38)

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