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Omicron, bambini e adolescenti non vaccinati in ospedale 6 volte di più rispetto ai coetanei immunizzati: il report Usa

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Fondamentale la vaccinazione nei giovanissimi. I numeri parlano chiaro. E ora anche un rapporto americano conferma come bambini e adolescenti immunizzati finiscano molto più raramente in ospedale o addirittura in terapia intensiva rispetto ai coetanei non vaccinati, soprattutto per la maggiore contagiosità rilevata con la variante Omicron. Lo studio del Cdc (Center for disease control and prevention) statunitense, effettuato tra luglio 2021 e gennaio 2022, indica come, in concomitanza con l’aumento della circolazione di Omicron, i tassi di ospedalizzazione associati al Covid tra bambini e adolescenti di età compresa tra 0 e 17 anni sono aumentati rapidamente alla fine di dicembre 2021, in particolare tra i bambini di età compresa tra 0 e 4 anni che non sono ancora idonei alla vaccinazione. 


Omicron e giovanissimi, cosa succede

 

Durante i periodi di predominanza Delta e Omicron, i tassi di ospedalizzazione sono rimasti più bassi tra gli adolescenti completamente vaccinati di età compresa tra 12 e 17 anni rispetto agli adolescenti non vaccinati.

 

Secondo i dati relativi alle ospedalizzazioni pediatriche registrate negli Usa nei sei mesi presi in considerazione, periodo in cui Omicron è diventata prevalente, è stato registrato un maggior numero di ricoveri per Covid-19, rispetto al periodo di prevalenza della variante Delta. Ma soprattutto tra gli adolescenti di età compresa tra 12 e 17 anni i tassi di ospedalizzazione a dicembre sono stati circa sei volte maggiori a quelli dei coetanei completamente vaccinati. In particolare, l’incremento maggiore è stato a carico dei bambini di età compresa tra gli 0 e i 4 anni, in cui il tasso di ospedalizzazione dovuto a Omicron è aumentato di quattro volte rispetto a Delta. I dati, seppur limitati, suggeriscono, secondo il rapporto Cdc, che anche nei più giovani la vaccinazione sia efficace nel prevenire il Covid-nella forma più grave.

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Differenza tra Delta e Omicron

La differenza tra Delta e Omicron nell’impatto sui giovanissimi è evidente. Per ciascuna ondata il Cdc ha individuato i picchi dei tassi di ospedalizzazione settimanale di bambini e adolescenti: per quanto riguarda Delta il maggior numero di ricoveri settimanali è stato registrato la seconda settimana di settembre 2021, mentre per Omicron a inizio gennaio 2022. Il picco relativo a Omicron ha indicato un tasso di ospedalizzazione pari a 7,1 ricoveri ogni 100mila bambini e adolescenti, mentre quello relativo a Delta è stato di 1,8 per 100mila, quattro volte minore. Anche analizzando il picco dei ricoveri in terapia intensiva, è stato riscontrato un incremento relativo a Omicron: 1,4 volte superiore a quello durante l’ondata di Delta.

Incremento ricoveri sotto i 4 anni

Secondo gli autori del rapporto i cosiddetti ricoveri accidentali (cioè quando l’ospedalizzazione per altri motivi è poi seguita da un’infezione Sars-cov-2 contratta in ospedale) non è sufficiente a giustificare l’incremento dei ricoveri, che si è rivelato superiore nei bambini tra 0 e 4 anni, maggiormente vulnerabili perché non rientrano ancora nelle categorie vaccinabili. In effetti sono stati osservati gli effetti della vaccinazione nell’unica fascia di età idonea per la somministrazione dei vaccini all’inizio della raccolta dati, quella tra i 12 e i 17 anni (ricordiamo che, negli Stati Uniti, i vaccini contro Covid sono stati autorizzati per i bambini di età 5-11 anni il 2 novembre 2021). A conclusionbe del rapporto gli stessi autori avvertono che i dati rilevati sono limitati dal fatto che il  periodo di prevalenza di Omicron preso in considerazione sia molto minore rispetto a quello Delta. Anche i dati relativi alla vaccinazione potrebbero essere incompleti, in quanto durante il periodo dell’analisi non tutte le fasce d’età considerate risultavano idonee alla vaccinazione. 

Vaccino agli under 12 anche in Gran Bretagna

Ma resta il fatto che in molti Paesi si sia capito come anche tra i più giovani, la vaccinazione sia importante per prevenire le forme più gravi dell’infezione. Tanto che proprio due giorni fa anche la Gran Bretagna ha dato il via all’allargamento della somministrazione dei vaccini anti Covid, finora prevista solo per gli over 12, anche ai bambini fra 5 e 11 anni di età. Lo ha annunciato il governo centrale britannico, dopo le decisioni analoghe appena adottate dalle autorità locali di Galles, Scozia e Irlanda del Nord, competenti sul dossier pandemia nei rispettivi territori del Regno Unito. In tutto il Regno la vaccinazione agli under 12 sarà «non urgente» e soggetta al placet dei genitori. Lunedì prossimo i consulenti scientifici governativi del Jcvi indicheranno più specifiche linee guida ad hoc.

Così in Italia

E in Italia? Dal 1° dicembre l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha autorizzato la somministrazione del vaccino Comirnaty (Pfizer) anche ai bambini tra 5 e 11 anni, in dose ridotta (un terzo del dosaggio autorizzato per adulti e adolescenti) e con formulazione specifica. Invece a chi ha tra i 12 e 18 anni può essere somministrato anche il vaccino Spikevax (Moderna). Finora nel nostro Paese oltre 2 milioni e mezzo di bimbi e adolescenti sono stati contagiati da Sars-Cov-2 dall’inizio della pandemia. Fino al 9 febbraio sono stati diagnosticati e riportati al sistema di sorveglianza integrata Covid esattamente 2.528.024 casi nella popolazione 0-19 anni, di cui 13.632 ospedalizzati, 323 ricoverati in terapia intensiva e 44 deceduti. Nella fascia 5-11 anni, in cui la vaccinazione è iniziata il 16 dicembre 2021, al 9 febbraio si registra una copertura con una dose pari a 13,8% e con due dosi pari a 21,5%. «Dall’inizio della campagna vaccinale dedicata ai soggetti in età pediatrica ed evolutiva, i casi gravi o bisognosi di cure intensive in soggetti affetti da Covid, si sono manifestati prevalentemente nei soggetti non vaccinati e/o non vaccinabili under 12 anni, prevalentemente sotto i 5 anni», ricorda una circolare del ministero della Salute. «Nei soggetti in età evolutiva i casi che hanno avuto necessità di cure intensive sono stati circa 1.000 in Italia dall’inizio della pandemia e sono aumentati nelle ultime settimane – precisa la circolare – fino all’introduzione della vaccinazione dai 12 anni di età i ricoveri in terapia intensiva sono stati a seguito di diagnosi di Mis-C (Multisystem Inflammatory Syndrome in Children); in quasi tutti i casi di Mis-C si è avuta la completa risoluzione del quadro e guarigione, e solo in una minoranza dei casi si sono manifestati esiti». 

Quale vaccino ai più piccoli?

Per i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni, è disponibile il vaccino Comirnaty, prodotto da BioNTech/Pfizer. Si tratta del vaccino a mRNA che viene già usato nei ragazzi dai dodici anni e negli adulti; nei bambini dai 5 agli 11 anni viene utilizzato un dosaggio inferiore rispetto a quello utilizzato nelle persone più grandi (un terzo del dosaggio, 10 µg rispetto a 30 µg). Come per le altre fasce di età, è prevista la somministrazione di due dosi per iniezione intramuscolare (nella parte superiore del braccio), a distanza di tre settimane l’una dall’altra. Attualmente, il vaccino Pfizer è l’unico disponibile per la vaccinazione dei bambini tra i 5 e gli 11 anni. I Paesi che al gennaio 2022 offrono la vaccinazione ai bambini di età compresa tra 5 e 11 anni sono: Usa, Israele, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Emirati Arabi Uniti, Cile, Venezuela, Argentina, Cuba, Costarica, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Cina, Bahrein. Regno Unito, Germania, Finlandia e Svezia raccomandano la vaccinazione ai bambini di età compresa fra 5-11 anni con fragilità. 

 

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