È partito a Torino il corteo del primo maggio. Da corso Cairoli, la manifestazione sta percorrendo Lungo Po Armando Diaz, Piazza Vittorio Veneto, via Po per giungere in piazza Castello, dove si terrà il comizio conclusivo del segretario generale della Cisl Torino-Canavese, Giuseppe Filippone, a nome di Cgil Cisl Uil provinciali. 

Sul palco, prima dell’intervento finale, prenderanno la parola, il sindaco Stefano Lo Russo per i saluti istituzionali; Elena Adamo, responsabile GiOC (Gioventù Operaia Cristiana); Enrico Francia, rider di Deliveroo e Just Eat e delegato NIdil Cgil; Lucia Tiani, delegata call center Covisian, per Fistel Cisl e Gianluca Rindone, delegato Carrozzerie Stellantis per Uilm Uil. 

Tensioni tra il Fronte della gioventù comunista e lo spezzone del Partito democratico, con insulti e spintoni. 

 

I motivi di tensione non mancano. Dopo il corteo di ieri sera in solidarietà con la Global Sumud Flottilla assaltata da Israele, i pro Palestina del Coordinamento Torino per Gaza sfilano all’interno dello spezzone sociale – che chiude il corteo – e, hanno già fatto sapere, punta a raggiungere la palazzina di corso Regina Margherita 47 dove si trovava il centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre 2025. 

 

In corteo anche gli anarchici, che uniscono lotte sociali e antimilitarismo. “Negli ultimi anni – scrivono in una nota – i ricchi sono diventati ancora più ricchi, mentre chi era povero è diventato ancora più povero. E va sempre peggio. Ovunque si allungano le file dei senza casa, senza reddito, senza prospettive. Per mettere insieme il pranzo con la cena in tanti si adattano ad una miriade di lavori precari, sottopagati, in nero, senza tutele. Ovunque cresce la lista dei morti e dei mutilati sul lavoro: non sono incidenti ma la feroce logica del profitto che si mangia la vita e la salute di tant*. Il prezzo di gas e luce è raddoppiato, tanta gente è sotto sfratto o con la casa messa all’asta. Se non ci sono i soldi per il fitto e le bollette, la tutela della salute diventa una merce di lusso che possono permettersi in pochi. La lunga strada della normalizzazione delle lotte sociali, partita da Torino nel 1980 con la sconfitta della resistenza operaia in Fiat, sta arrivando al proprio epilogo.
La distruzione delle pur esili tutele conquistate negli anni Sessanta e Settanta va di pari passo con una sempre maggiore repressione delle lotte”. “Le questioni sociali – proseguono – sono diventate un affare di ordine pubblico per schiacciare con la violenza poliziesca ogni accenno di insorgenza sociale. L’insieme di leggi repressive, che, questo governo, in perfetta continuità con i precedenti, ha emanato, possono seppellire in galera compagni e compagne per banali episodi di lotta. Ormai una semplice scritta sul muro, un blocco stradale, un picchetto, un’occupazione, magari coniugati ad uno dei tanti reati associativi, sono trattati con estrema durezza”.

“Il governo – aggiungono – sperimenta tecniche di controllo sociale prima impensabili, pur di non mettere un soldo per la casa, la sanità, i trasporti, le scuole. La spesa militare è in costante aumento, le missioni all’estero delle forze armate italiane si sono moltiplicate. I militari fanno sei mesi in missioni militari all’estero, sei mesi per le strade delle nostre città. La guerra per il controllo delle risorse energetiche va di pari passo con l’offensiva contro le persone in viaggio, per ricacciarle nelle galere libiche, dove torture, stupri e omicidi sono fatti normali. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati, tutti schierati nelle guerre in cui il nostro paese è impegnato direttamente o indirettamente. Noi non ci stiamo. Noi non ci arruoliamo, rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione di tutti gli Stati e delle loro pretese espansionistiche”.

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