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Peter Jackson, i 30 anni di «Splatters/Schizzacervelli» e la sua trilogia folle, prima del Signore degli Anelli- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

Il regista neozelandese, oggi celeberrimo, debutt con dei film ancora oggi parzialmente sconosciuti, girati con pochi mezzi

L’attenzione del pubblico italiano sull’ormai celeberrimo regista neozelandese Peter Jackson si accese nel 1994 quando, dopo un Leone d’Argento per la miglior regia al Festival di Venezia, fu distribuita con successo la sua opera numero quattro: il visionario Creature del cielo (Heavenly Creatures), che stup per l’accuratezza della ricostruzione storica, per le sue istanze femministe di ribellione al conformismo che gli valsero addirittura paragoni con la connazionale Jane Campion, per alcuni squarci fantastici di matrice dichiaratamente gotica, ma soprattutto per la sorprendente interpretazione dell’allora diciottenne ed esordiente Kate Winslet.

In pochi avrebbero immaginato che qualche anno dopo Jackson sarebbe diventato dominatore indiscusso del box office globale con le trilogie da J.R.R. Tolkien (“Il signore degli anelli” e “Lo Hobbit”), ma quasi nessuno tra i suoi nuovi ammiratori cinefili “ortodossi” sospettava che i suoi tre film precedenti (di cui solo il primo aveva fatto una fugacissima comparsa nei circuiti) fossero stati, nell’ordine: un gore fantascientifico in cui un personaggio (da lui stesso interpretato) si cibava del suo vomito, una sorta di “Muppet Show” per adulti e una sarabanda di zombie infettati da una scimmia portatrice di un virus.

Tuttora parzialmente misconosciuta, quella composta da “Fuori di testa/Bad Taste” (1987), “Meet the Feebles (1989, da noi tuttora inspiegabilmente inedito) e “Splatters – Gli schizzacervelli/Braindead” (1992), infatti a tutti gli effetti la prima “trilogia” (sui generis) di Jackson; e quella con cui il giovane nerd appassionato di cinema fantastico nato nella notte di Halloween del 1961 aveva dato sfogo a tutta la sua follia iconoclasta e satirica prima di dedicarsi a forme d’espressione pi ambiziose e sempre pi sofisticate. Girato con pochissimi mezzi e una cinepresa 16mm, il suo esordio tiene perfettamente fede al “cattivo gusto” del suo titolo originale: e lo vede alle prese con la cronaca della resistenza a un’invasione di alieni intenzionati a procacciarsi carne umana da smerciare in una catena di fast food intergalattici.

L’opera seconda invece una corrosiva satira della societ dello spettacolo realizzata con ripugnanti pupazzi animati: dove, tra i tanti bizzarri protagonisti dello show televisivo dei “Feebles”, duramente messo alla prova dalla malattia del conduttore Harry (un coniglio con l’AIDS), ci sono una mucca pornostar che esibisce le mammelle in tenuta sado-maso, una rana eroinomane a causa dello stress post-traumatico per gli orrori visti in Vietnam e un orribile tricheco narcotrafficante, tenuti sotto controllo da un reporter tafano a caccia di scoop che dalla tazza di un wc si ciba di escrementi prelevandoli con un cucchiaino (bella metafora di una parte della nostra categoria).

Il terzo film, di cui ricorre in questi giorni il trentennale (fu presentato in anteprima mondiale il 4 giugno 1992 al benemerito Fantafestival di Roma), si muove ancora sulla falsariga esagerata, provocatoria e contaminata dei primi due: ma in filigrana mostra gi tutte le capacit che porteranno Jackson a gestire macchine spettacolari sempre pi originali e complesse. Ambientato in Nuova Zelanda alla fine degli anni Cinquanta, “Splatters – Gli schizzacervelli” vede arrivare allo zoo di Wellington l’esemplare di una scimmia-ratto proveniente dall’Isola del Teschio (ovvero l’ecosistema immaginario di cui originario King Kong, un mito del regista che lo spinger a realizzarne un remake-capolavoro nel 2005), uno schifoso animale ibrido originato stando a una leggenda da primati stuprati da topi e portatore di un virus in grado di trasformare gli esseri umani in zombie famelici.

Per la sfortuna di Lionel Cosgrove (Timothy Balme), orfano di padre che vive con l’oppressiva e autoritaria madre Vera (Elizabeth Moody), la sua prima vittima in citt proprio quest’ultima. Che se da viva gi ostacolava la relazione del figlio con la fidanzata Paquita (Diana Pealver), da morta(vivente) si riveler per lui un incubo ancor peggiore dell’infezione che inesorabilmente si sta diffondendo a macchia d’olio. Frutto di una sceneggiatura originale firmata dal solo Jackson (bench la moglie Fran Walsh, sposata nel 1987, avesse gi iniziato a collaborare alla stesura dei suoi copioni risultando poi fondamentale per la sua evoluzione d’autore), il film un festival di efferatezze e smembramenti caratterizzato da un bagno di sangue senza precedenti nella storia dell’horror; ma dove tutto anche sempre stemperato da uno humour nero acidissimo (screziato da evidenti venature edipiche), quando non addirittura da trovate che aggiornano la meccanica dello slapstick a quella dello splatter (ed in questo senso a suo modo indimenticabile per sfrontatezza comica la sequenza in cui -poich le parti dissezionate degli zombie continuano qui a vivere di vita propria a differenza che nei “classici” del genere- lo sfintere reciso di una vittima dell’infezione si produce in una minacciosa flatulenza).

Probabilmente ( un eufemismo) non un’opera da annoverare tra quei capolavori di cui spesso ci occupiamo su queste colonne. Ma anche un film che ha finito col tempo per assumere una singolare importanza: trascendendo la sua natura di divertissement estemporaneo dedicato a stomaci forti per diventare a posteriori, nel suo piccolo, l’ultimo esempio possibile (e probabilmente il pi estremo) di quella libera estetica horror che aveva contraddistinto per il genere il fondamentale decennio degli anni Ottanta. Una sorta di postilla gi fuori tempo massimo a un’epoca davvero irripetibile e destinata a essere fatta a pezzi (esattamente come le creature infette che la abitano) da quell’ondata di censura e neoperbenismo progressivi che sta vedendo il suo apice nel nostro contemporaneo ma le cui radici sono proprio in quegli anni Novanta che Jackson ha aperto (senza epigoni) nel segno di un eccesso gi irricevibile dal gusto coevo. Non a caso, quando fu recuperato dalla nostra distribuzione nel 1995 (con un doppiaggio da denuncia che ne stravolse addirittura il senso dei dialoghi: da evitare) per capitalizzare sulla nascente fama di autore “serio” del regista, qui non se lo fil praticamente nessuno.

2 giugno 2022 (modifica il 2 giugno 2022 | 07:39)

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