La terza mancata presenza dell’Italia alla fase finale del mondiali di calcio è la dimostrazione plastica di un paradosso drammatico. Da un lato, la Serie A si fregia del titolo di campionato più internazionale del continente: i dati parlano chiaro, con 384 stranieri su 569 calciatori totali. Una quota del 67,5% che ci permette di superare persino la Premier League inglese (ferma al 67,4%) nella classifica delle leghe che attingono maggiormente oltre confine. Dall’altro lato, però, questa “vetrina globale” nasconde un retroscena amaro: una Nazionale ridotta a dover pescare i propri talenti in un bacino che rappresenta appena il 30% del massimo campionato.
Il deserto dei vivai e la crisi del sistema
L’Italia non è più la culla del calcio mondiale. Mentre nazioni come Senegal e Marocco scalano le classifiche internazionali superandoci per qualità e programmazione, il movimento azzurro appare pietrificato. Non si tratta di una colpa imputabile esclusivamente ai singoli allenatori o ai giocatori che scendono in campo; il problema è sistemico.
Dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali (considerando poi anche che nel 2014 non superammo la fase a gironi), è l’intero sistema a dover fare autocritica. Si investe poco o nulla sui giovani, nonostante i proclami della FIGC che dal 2017 prometteva riforme mai realmente incisive. A differenza del modello inglese, capace di bilanciare l’acquisto di star mondiali con la valorizzazione dei talenti domestici, l’Italia sembra aver smarrito la strada della formazione.
Tra business e disinteresse: il peso della maglia azzurra
Il punto di rottura risiede nel conflitto d’interessi tra i club e la Federazione. Un tempo, il prestigio di una squadra di club si misurava anche dal numero di convocati che riusciva a fornire alla Nazionale. Oggi, la maglia azzurra è percepita dalla governance della Lega e dai club come un “impiccio” burocratico.
“La Nazionale non produce reddito immediato per i club, ed è questo il nocciolo della questione: il calcio è diventato esclusivamente un business.”
I club sono spesso riottosi nel concedere i propri atleti e preferiscono investire su profili esteri già pronti o più economici, piuttosto che rischiare sulla crescita dei ragazzi italiani.
Un futuro a rischio
Le conseguenze di questo approccio sono già visibili anche alla base della piramide.
Il calo dell’interesse per il calcio con i giovani si allontanano da questo sport, attirati da altri. Si pensi al basket o al Tennis, grazie proprio ai successi azzurri. La crisi del dilettantismo. Diminuiscono le scuole calcio e i campionati minori faticano persino a mettere insieme le squadre per scendere in campo.
Se la Lega Calcio e la Federazione non troveranno un punto d’incontro per rimettere al centro la valorizzazione dei talenti nostrani, la Nazionale rimarrà un ricordo sbiadito di ciò che fu nel 2006, anno della vittoria dell’ultimo mondiale. Senza una visione comune, passerà ancora molto tempo prima di rivedere l’Italia protagonista sul palcoscenico mondiale. Il “calcio bellezza” a cui eravamo abituati rischia di diventare definitivamente un reperto archeologico.
