«Riscopro le storie tragiche dei soldati senegalesi grazie ai racconti di mio padre»- Corriere.it

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di Giuseppina Manin

In «Tirailleurs» la svolta drammatica dell’attore lanciato dalla commedia «Quasi amici»

«Tirailleurs»
erano detti i fucilieri del nord Africa francese. Giovani da reclutare, spesso con la forza, nei villaggi coloniali e spedire sul fronte della Grande Guerra. «A combattere e morire per una patria mai vista, di cui spesso non conoscevano neanche la lingua» ricorda Omar Sy, che a quei soldati sacrificati e dimenticati ha voluto dedicare un film, «Tirailleur», regista Mathieu Vadepied, presentato a Cannes e ora applaudito a France Odeon, festival del cinema francese di Firenze. «La città italiana che amo di più», confessa Sy, nato in Francia, quarto di otto figli di immigrati
del Senegal, madre cameriera, padre operaio. Un talento comico, scoperto per gioco alla radio e poi in tv e al cinema, consacrato con «Quasi amici», commedia campione d’incassi, che gli è valsa il César per il migliore attore. Il primo di colore a riceverlo. Da lì Hollywood gli spalanca le porte, arrivano i successi di «Jurassic World» e di «Lupin»
.

E adesso, a 44 anni, cambia registro. Un ruolo drammatico per una storia che ha a che fare con le sue origini. Anche con la sua famiglia?
«Non direttamente. Ma mio padre ci raccontava di quel che era successo in tante famiglie del suo Paese. Duecentomila sono stati i giovani senegalesi spediti in prima linea, 30 mila mai tornati. Quella storia mi era rimasta in testa, anche se non l’ho ritrovata nei libri di scuola. Su questo in Francia c’è una sorta di rimozione, un senso di colpa ancora da affrontare. È tornata fuori sul set di “Quasi amici”, parlando con il direttore della fotografia Vadepied, anche lui colpito da quanto poco fosse nota».

Cosa l’ha fatta decidere?
«Una domanda buttata lì da Mathieu: e se il Milite Ignoto, se le ossa raccolte sul campo di Verdun e sepolte sotto l’Arco di Trionfo, fossero di un soldato senegalese? Il senso della storia era quello. Volevamo mostrare una guerra “intima”, ad altezza d’uomo, protagonisti un padre e un figlio. Il primo che pensa solo a come tornare a casa vivi, il secondo che cede al fascino della divisa. In un primo tempo avrei dovuto interpretare Thierno, il figlio, ma quando il film è arrivato in porto ero troppo vecchio per la parte e sono diventato Bakary, il padre».

E Bakary parla solo il peul, la lingua più diffusa nel Senegal.
«Quella dei miei genitori, la prima che ho ascoltato e parlato da bambino. Girare in lingua peul è stato emozionante e determinante. Mi ha permesso di mettere in risalto cose che non avevo mai mostrato sullo schermo».

Thierno (Alassane Diong) il francese invece lo parla e può stabilire contatti con gli «stranieri».
«Per Thierno la guerra diventa occasione di crescita, di staccarsi dal padre. Il francese gli consente di incrociare sguardi diversi, trovare un interlocutore in un ufficiale che lo considera, gli dà responsabilità. Indossare una divisa può cambiare una persona».

Il senso finale del film?
«Che possa spingere, specie i giovani, a scoprire pagine rimosse della nostra storia. “Tirailleurs” è dedicato ai soldati senegalesi, agli africani, a tutti i militi ignoti di ogni guerra. La grande storia è fatta dalle storie di ciascuno di loro».

Lei è padre di cinque figli: come pensa di trasmettere loro quella memoria?

«I miei figli hanno età diverse, alcuni sono ancora molto piccoli. Non penso sia il momento di fare discorsi ideologici, ma di sollecitare domande. A cui cerco sempre di rispondere».

Essere padre sullo schermo l’aiuta a entrare meglio nel ruolo anche nella vita?

«Ogni volta che interpreto un padre, il mio rapporto con i miei figli cambia. E cambia il mio rapporto di figlio con mio padre».

Anche Lupin è un padre, single, dalla doppia identità. Terza stagione dall’11 novembre su Netflix.
«Per ritrovare suo figlio Lupin ha smosso il mondo. E ora per proteggerlo dovrà vivere lontano da lui. Guardate e saprete tutto!».

Il suo prossimo film?
«In Italia, tra i Sassi di Matera. “The Book of Clarence”, regista Jeymes Samuel, con me il rapper LaKeith Stanfield. Non posso dire altro, se non che vi sorprenderà».

Sy si cuce la bocca, ma si parla di un kolossal biblico tutto da ridere, stile Monty Python. Dove Sy, catapultato nel 29 d.C. ne combinerà anche peggio di Lupin.

29 ottobre 2022 (modifica il 29 ottobre 2022 | 20:39)

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