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«Scissione», un’idea suggestiva e distopica che però si blocca e si ripete troppo (voto 5)- Corriere.it

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di Maurizio Porro

Su Apple Tv la serie diretta in parte da Ben Stiller in cui una multinazionale obbliga i propri lavoratori a subire una scissione della memoria

Sono molti i cinefili che appena sentono l’aggettivo distopico hanno un orgasmo culturale, approvano immediatamente e incondizionatamente; se poi si aggiunge qualcosa come metaforico o metafisico il gioco è fatto. Siamo al capolavoro. Con “Scissione”, la serie di gran successo di nicchia su Apple TV+, in 9 episodi, con seconda stagione prenotata, è successo un po’ così. Si parte, è vero, in quarta, con l’idea suggestiva e impressionante che in una certa misteriosa multinazionale i lavoratori subiscano una vera scissione della propria memoria, in modo che quando sono in ufficio dimenticano la loro vita privata e viceversa se sono fuori.

È l’esemplificazione più totale della teoria marxiana (quella alla base, non ancora marxista) della reificazione dell’uomo per colpa del lavoro, insomma i «Tempi moderni» chapliniani: l’uomo oggetto che in questo senso, nella serie diretta in parte da Ben Stiller, non ha più rapporti con se stesso ma solo con una sua ignota forza lavoro. Idea bella, tosta, non semplice da esemplificare in una serie pop: infatti la serie dopo un avvio affascinante e prodigiosi titoli di testa animati con computer graphic, stenta a diventare materia vera e vissuta, resta un’idea geniale che non prende corpo nei vari personaggi troppo poco indagati, così come la rappresentazione del luogo di lavoro è troppo spoglia e metafisica, dice troppo e non dice niente.

In originale la serie si chiama “Severance”, licenziamento, e prevede che i lavoratori si sottopongano volontariamente alla scissione del loro IO, concetto freudiano vampirizzato dalla multinazionale Lumon a proprio vantaggio. Fra vecchi e nuovi e la neo assunta che annuncia rivolta, il magma narrativo si perde in ripetizioni fredde: vivono tutti due volte, ok, ma il processo è enunciato non analizzato giorno per giorno, non c’è corpo e neppure anima, solo l’enunciazione di un progetto orrido che ha a che fare col capitalismo distopico appunto, ma è impossibile affezionarsi o parteggiare per qualunque di questi “eroi”. Certo è ben resa l’ambientazione astratta: non c’è nulla, uffici spogli, corridoi, ascensori, scale, cantine, una dinamica di spazi che confinano con l’incubo assurdo del 900 da Kafka in poi.

Della capsula che viene inserita nel cervello umano per scindere la memoria, non si sa granché, è una specie di pulsante che blocca tutti i ricordi personali se siamo al lavoro e ci fa dimenticare l’incubo del lavoro se siamo fuori. Il creatore della serie Dan Erickson e Ben Stiller che dirige sei episodi su nove, prendono spunto dalla fantascienza-incubo e dalla condizione esistenziale di alcuni personaggi anonimi di cui però sappiamo troppo poco per poterci identificare o affezionare. Perciò la serie si blocca e si ripete, non prende mai davvero la via del thriller che le sarebbe congeniale partendo dal microchip del cranio di una qualunque provincia americana del profondo centro nord. Al centro c’è Mark Scout (Adam Scott) che sfrutta il processo di rimozione perché ha un lutto recente da dimenticare, la morte della moglie, ma è la nuova assunta, Helly Riggs (Britt Lower) che seguiamo nella lotta al fianco di veterani come John Turturro e Christopher Walken e la perfida caposala Patricia Arquette.

Il mondo del lavoro è astratto, qualche scrivania e una montagna di solitudine, ma anche l’esterno non si presenta in video, per cui non sappiamo come diventare complici di questo science drama in cui le persone sono ridotte al loro stadio primordiale, tutti pazienti di una cura che rimuove ciò che blocca il presente e impedisce la serenità che l’azienda pretende. A vantaggio della serie la scenografia distopica al massimo, dove spazio e tempo sono optional, ma siamo lontani dalla carica umana e poetica di “Truman show”. Questa Scissione sembra un maxi video gioco con ambizioni sociali irraggiungibili perché dal game resta sempre fuori proprio la realtà, con la R maiuscola, né si analizza il bisogno urgente di dimenticare. Il gioco della personalità divisa finisce per rientrare, male usato, nel classico doppio psicanalitico usato spesso da Hitchcock anche se i riferimenti degli autori (Stiller e McArdle) sono certo film come «Se mi lasci ti cancello»: uno spreco di futurismo e inflazione di distopico.

29 giugno 2022 (modifica il 29 giugno 2022 | 07:25)

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