Nel 2025, nelle carceri italiane si sono registrati 79 suicidi tra le persone detenute, un dato che rappresenta circa un terzo delle morti complessive in carcere.
Parallelamente, si contano migliaia di episodi di autolesionismo ogni anno, segnale diffuso di un disagio strutturale.
Il sistema penitenziario vive una condizione cronica di sovraffollamento: oltre 63.000 detenuti a fronte di circa 46.000 posti disponibili, con un impatto diretto sulle condizioni di vita e sulla tutela della salute. Tra le questioni più critiche emerge quella della salute mentale. Una parte significativa della popolazione detenuta presenta disturbi psichiatrici, spesso non adeguatamente trattati all’interno degli istituti, a fronte di lunghe liste d’attesa nelle Rems, strutture sanitarie destinate a persone con disturbi mentali autrici di reato, che in Italia sono circa 30, con una disponibilità limitata di posti.
Accanto a questo, il tema delle dipendenze rappresenta una componente strutturale del sistema: una quota rilevante della popolazione detenuta è legata a reati connessi agli stupefacenti o presenta problemi di tossicodipendenza. Nonostante il controllo, il consumo di sostanze all’interno degli istituti non scompare, ma si trasforma, contribuendo a un’economia sommersa e a ulteriori condizioni di vulnerabilità, marginalità e rischio sanitario.
“Sbarre” scava in questo spazio rimosso, interrogando una domanda essenziale: il carcere rieduca, punisce o semplicemente nasconde? Perché il carcere, oggi, non è solo un luogo di detenzione. È uno specchio.
E guardarlo significa guardare noi.
