storia del capostipite della commedia sexy (meno frivolo di quel che sembra)- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

Discreta confezione e ottima prova degli attori non rendono cos consumato dal tempo questo classico dell’erotismo di Mariano Laurenti con Edwige Fenech e Pippo Franco

Nel 1971, il capolavoro boccaccesco di Pier Paolo Pasolini “Il Decameron”, Orso d’Argento al Festival di Berlino, divent a sorpresa anche il secondo maggior incasso della stagione, dietro all’inarrestabile “…continuavano a chiamarlo Trinit” e davanti nientemeno che ad “Agente 007 – Una cascata di diamanti”. L’industria italiana del copycat, che gi aveva ben capitalizzato sull’esplosione degli spaghetti western e in parte sul neonato giallo “argentiano”, si ritrov cos con un nuovo e potenzialmente redditizio filone tra le mani: il cosiddetto “decamerotico”, che col senno di poi aveva avuto per prodromi “La Mandragola” (1965, di Alberto Lattuada) e soprattutto il misconosciuto e notevole “Le piacevoli notti” (1966, di Armando Crispino e Luciano Lucignani), gi basato su una raccolta di novelle licenziose del XVI secolo firmata dal bergamasco Giovanni Francesco Straparola.

Della poesia del primo film della “Trilogia della Vita” di PPP, ovviamente, i produttori dell’epoca non sapevano che farsene; ma del portato comico/erotico d’ambiente perlopi medievale (contaminato dalla piega pecoreccia che nel frattempo certa commedia all’italiana stava gi imboccando) invece s: e nell’anno di grazia 1972 uno stuolo di registi della serie cadetta si lanci a capofitto nella realizzazione di oltre trenta pellicole usa-e-getta sulla falsariga del nobile capostipite: dai veri e propri (e miseri) sequel apocrifi (come “Decameron n2 – Le altre novelle del Boccaccio” di Mino Guerrini, “Decameron n3 – Le pi belle donne del Boccaccio” di Italo Alfaro” o “Decameron n4 – Le belle novelle del Boccaccio” di Paolo Bianchini) a esili commedie -quasi sempre VM18- interpretate da cast di terza categoria con contorno di procaci bellezze carneadi, dal tasso di volgarit sostenuto e caratterizzate da lunghi titoli sempre pi iperbolici e allusivi (tipo “Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron n69”, di Aristide Massaccesi, “Fratello Homo Sorella Bona – Nel Boccaccio superproibito”, di Mario Sequi, “…e si salv solo l’Aretino Pietro, con una mano davanti e l’altra dietro”, di Silvio Amadio, e l’epico “Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno” di Bitto Albertini).

Tutte opere destinate a non lasciare traccia o quasi nella ribollente storia del cinema italiano di genere. Eccetto una: “Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda”, uscito il 12 ottobre 1972, del prode Mariano Laurenti (1929-2022), gi regista di Franco e Ciccio e poi destinato a diventare uno dei capisaldi indiscussi della commedia sexy all’italiana DOC (quella, per intenderci, delle pochade os contraddistinte dalle docce discinte di dive come Fenech, Guida, Bouchet e Cassini e dai lazzi di Banfi, Vitali, Montagnani & co.). Il soggetto (scritto dal produttore Luciano Martino con gli sceneggiatori Tito Carpi e Carlo Veo e ambientato in un imprecisato medioevo) vede il pavido condottiero Olimpio de’Pannocchieschi (Pippo Franco) tornare insperatamente al paesello dopo aver combattuto in una guerra. L’uomo spera da subito che la moglie Fiamma (Karin Schubert) gli si conceda ponendo fine al suo lungo periodo di astinenza; ma la donna (che durante l’assenza del consorte non rimasta con le mani in mano) si trincera dietro un voto di quindici giorni nascondendogli le chiavi della cintura di castit. Olimpio s’invaghisce cos, dopo essersi rappacificato col pugnace vicino Oderisi (Umberto D’Orsi), di sua moglie Ubalda (Edwige Fenech), che cerca invano e rocambolescamente di sedurre. Ma i loro destini saranno drammatici. Un epilogo stranamente moralistico chiude una farsa grossolana ma a tratti spumeggiante, fatta di tanti nudi perlopi allusi e altrettanti doppi sensi oggi all’acqua di rose, che vede per la prima volta il bravo Pippo Franco impegnato in un ruolo da protagonista e traghetta definitivamente la carriera italiana della bellissima Fenech (doppiata da Rita Savagnone) dal giallo ai fasti della commedia.

Alla pur efficace e gi da tempo attiva Schubert and invece peggio: non riusc mai a emergere davvero nel cinema di serie A (pur recitando in una nutrita serie di pellicole successive) e nel decennio seguente divenne assai pi famosa come pornostar. Niente per cui andare in visibilio, ovviamente, ma il pubblico grad: quasi un miliardo di lire l’incasso dell’epoca, a fronte di soli cento milioni di costo. La discreta cura della confezione (con fotografia in CinemaScope di Clemente Santoni, appropriate musiche di Bruno Nicolai e bei costumi di Oscar Capponi) e la professionalit della recitazione (compresa quella dei numerosi caratteristi) contribuiscono ancor oggi a farne uno dei pi apprezzabili rappresentanti del genere; e forse l’unico in grado di dare un piccolo piacere di visione anche ai giorni nostri (come testimoniano le innumerevoli repliche televisive della versione derubricata con qualche taglio che da almeno quarant’anni alimentano tanti palinsesti notturni anche nell’epoca della tv digitale). Bench, oggi, un cinema cos oggettivizzante e dove comunque il sesso “ingenuamente voyeuristico, mai liberato e alla fine punitivo” (P. Mereghetti), possa esistere solo come bizzarro reperto d’epoca. E non sia meno guardato in tralice (per motivi ben diversi e pi ideologico/contemporanei delle accuse di “oscenit” mossegli ai tempi) di quanto non lo fosse durante il suo -effimero- “splendore”.

12 ottobre 2022 (modifica il 12 ottobre 2022 | 07:26)

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