HomeCinema Serie TVstoria dell’ultimo western di Clint Eastwood- Corriere.it

storia dell’ultimo western di Clint Eastwood- Corriere.it

Devi leggere

di Filippo Mazzarella

Dopo questo capolavoro, il grande attore e regista non si sarebbe più cimentato col genere che l’avevo reso famoso a partire dai film monstre di Sergio Leone

Il Western è il genere principe/fantasma/ritornante per eccellenza del cinema americano, anche oggi che i suoi fasti commerciali e la sua forma «pura» sono sempre più lontani. Perché è alla fine un sentimento, una forma mentis, un corredo genetico del cinema hollywoodiano stesso, una scatola cinese che ha inglobato e attratto a sé tutti gli altri generi (la commedia, il musical, il dramma storico e perfino la fantascienza e l’horror, come dimostra anche l’imminente «Nope» di Jordan Peele). È un’idea di cinema-mondo di cui l’intero immaginario d’oltreoceano è permeato, che il tempo non ha quasi scalfito e con cui pressoché qualunque cineasta del Novecento si è confrontato, scontrato, misurato, non importa se uscendone trionfatore o sconfitto.

Prima attore e poi regista

Il western è anche il territorio in cui titanicamente Clint Eastwood si è imposto, dapprima solo come attore (e curiosamente in Italia, nella forma di mitica «rimitizzazione» operata dagli «spaghetti western» del veggente Sergio Leone) e poi come Autore tout court. Ma sono cose che sanno anche i muri. La «trilogia del dollaro» leoniana («Per un pugno di dollari», 1964; «Per qualche dollaro in più», 1965; «Il buono, il brutto, il cattivo»,1966) lo lancia; «Impiccalo più in alto» (Hang ‘Em High, 1968, di Ted Post), «Gli avvoltoi hanno fame» (Two Mules for Sister Sara, 1970) e «La notte brava del soldato Jonathan» (The Beguiled, 1971), meravigliosa doppietta di Don Siegel, lo consacrano (in parte). Ma è quando Clint decide di passare dietro la macchina da presa che progressivamente il «suo» western, la sua sensibilità «applicata», la sua poesia oscura e in qualche misura decadente e trascendente, la sua necessità paradossalmente antifrastica di «incarnare» personaggi incontrovertibilmente e metaforicamente spettrali fanno la differenza. «Lo straniero senza nome» (High Plains Drifter, 1973), «l texano dagli occhi di ghiaccio» (The Outlaw Josey Wales, 1976), «Bronco Billy» (id., 1980) e il magnifico e sottovalutato «Il cavaliere pallido» (Pale Rider, 1985) sono allo stesso tempo elegie ed epicedi, rimembranze e ripartenze, riflessioni malinconiche sulla perdita dell’innocenza (del cinema e dell’America), sulla natura della violenza, sulla necessità di redenzione.

Una pausa lunga 7 anni

Nel 1985, proprio «Il cavaliere pallido» sembra sancire per Eastwood la chiusura di un discorso interno col genere e con sé stesso: in un film solo apparentemente realistico e in realtà metafisico e mistico, sovente solcato dall’oscurità e in cui il suo personaggio era «un cavaliere solitario e taciturno venuto dal nulla, forse un sedicente predicatore, forse un angelo della vendetta» (P. Mereghetti), l’attore/regista si disincarna definitivamente, guarda al passato («Il cavaliere della valle solitaria», ma probabilmente/inconsciamente anche al mitico «Django»; o alle ossessioni di «L’albero della vendetta» di Budd Boetticher) per sparire -letteralmente- nel presente di un’epoca buia (quegli anni Ottanta che a dispetto della sua fama di reazionario lo ripugnavano, come dimostrano tutti i suoi polizieschi coevi, come il suo «Coraggio… fatti ammazzare/Sudden Impact», 1982 o «Corda Tesa/Tightrope», 1984, solo formalmente accreditato a Richard Tuggle) dove i silenzi del suo pistolero sono più eloquenti di qualsiasi proclama ideologico. Passeranno infatti sette anni (un tempo lunghissimo per i suoi standard produttivi) prima che Eastwood decida di tornare per l’ultima volta (e definitiva) al genere con «Gli spietati/Unforgiven», uscito nelle sale americane il 7 agosto 1992 (e da noi solo a febbraio dell’anno successivo): un film che, pur vivendo di assoluta vita propria, non si può non considerare un post scriptum personale e tragico all’approccio personale e «politico» all’intero genere di Eastwood.

Gli spietati: l’ultimo western di Eastwood

Non a caso, la sceneggiatura di David Webb Peoples (che già aveva contribuito a tingere di nero la fantascienza dickiana di «Blade Runner») opera uno scarto sensazionale e consapevole all’interno del genere mantenendo del western «classico» solo uno scheletro narrativo di base a cui Eastwood si aggrappa per ribadire in modo definitivo la necessità di allontanarsene. La prima inquadratura è una ripresa gloriosamente naturalistica della maestosità naturale del Wyoming; ma poi tutto affoga rapidamente nella disperazione. Due cowboy selvaggi sfregiano in un bordello una prostituta che si è concessa di deriderne la virilità e lo sceriffo «Little Bill» Daggett (Gene Hackman) si limita a chiedere loro di rimborsare il proprietario per i danni causati alla proprietà; ma le donne, desiderose di vendicarsi per non averli visti impiccati, racimolano tutti i loro averi per mettere una taglia sulle loro teste. A farsi avanti per primo è un letale cacciatore di taglie (Richard Harris), che Little Bill caccia dalla città. Ma è quando il giovane e presuntuoso Schofield Kid (Jaimz Woolvett) fa visita al fuorilegge diventato allevatore di maiali William Munny (Eastwood), in difficoltà economiche per un’epidemia che ne sta decimando le bestie, che le cose cambiano: l’uomo accetta controvoglia, allettato dal denaro che gli servirebbe anche per mantenere i figli, e coinvolge un altro killer “riformato”, Ned Logan (Morgan Freeman) in quella che diventerà una sanguinosa lotta senza quartiere non tanto contro i violenti cowboys quanto contro il corrotto sceriffo, maldisposto a tollerare che altri esercitino la «giustizia» in sua vece.

Gli attori-fantasma: gli esemplari di nulla

Poco importa che il film costruisca il suo climax attorno a una carneficina in cui parecchi ci lasceranno la pelle; da subito, i personaggi agenti di «Gli spietati» (ma la traduzione letterale del titolo originale, «imperdonato» –o imperdonati: l’assenza di articolo consente una lettura anfibologica- è molto più pertinente), «buoni» o «cattivi» che siano, sono tutti già «morti», vinti, sconfitti, motivati nell’agire da cause che non hanno nulla a che vedere con la morale, il romanticismo degli eroi o la grandezza a suo modo altrettanto mitica delle nemesi; sono attori-fantasma esemplari di nulla, archetipi svuotati di un mondo qui irrevocabilmente affogato nella notte e nel buio, comparse sul palcoscenico impietoso di un Tempo e una Storia spazzati via dalla dissoluzione dell’Etica e della Ragione. Il senso degli accadimenti, pur contenuto in una struttura dalla traiettoria «tradizionalmente» imperniata su un generico senso di «giustizia», restituisce l’idea ineludibile che non si possa trovare scampo a una violenza immanente che una volta attivata, sollecitata e «assaporata» finisca col rivelarsi illusoriamente risolutiva. Ma la dimensione nichilista, anarchica e al fondo beffarda della riflessione eastwoodiana è tutta nella straordinaria battuta pronunciata da Hackman prima di tirare le cuoia («I don’t deserve this… to die like this. I was building a house.»/ Non merito questo… morire così. Stavo costruendo una casa) e nello scambio immediatamente successivo tra Munny e Little Bill (che vi lasciamo il piacere di riscoprire e che riguarda il loro futuro e coincidente destino comune).

Il successo tra Oscar e altre pellicole

Quattro Oscar (miglior film, regia, attore non protagonista -Hackman, appunto- e montaggio) onorarono uno dei massimi capolavori degli anni Novanta. Eastwood, nel 2005, ne vincerà un altro, sempre per la migliore regia («Million Dollar Baby»); ma non capiterà mai più (basta scorrerne la filmografia successiva per rendersene conto) in quel territorio se non per interposto genere, secondo quella idea di «ritornanza» dell’incipit di queste stesse righe: la fantascienza sui generis di «Space Cowboys», 2000; la meditazione sulla morte organizzata come in un “film di frontiera” di «Gran Torino», 2008; la nostalgia senile e comica degli ultimi -e finali?- «Il corriere – The Mule», 2018, e «Cry Macho – Ritorno a casa», 2021). Perché «Gli spietati» non è solo l’ultimo western di Eastwood, ma anche l’ultimo western tout court dell’intera storia del cinema. Anche se poi, ovviamente, non è affatto vero.

7 agosto 2022 (modifica il 7 agosto 2022 | 07:57)

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here