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storia di un capolavoro, tra il genio dell’animazione e un parabola (quasi) cristiana- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

Incassi stellari per il piccolo extraterrestre di Spielberg, diventato subito iconografico

Il 26 maggio 1982, il Festival di Cannes si chiuse nel segno di un capolavoro assoluto della storia del cinema, “E.T. l’extra-terrestre”: un “piccolo” film di Steven Spielberg (dal budget esattamente identico a quello di “Poltergeist – Demoniache presenze” di Tobe Hooper, di cui il regista fu nello stesso anno produttore), destinato a scalzare “Guerre stellari” dal podio coevo del maggiore incasso di tutti i tempi e che la Universal realizz inizialmente controvoglia, poich scarsamente convinta proprio del suo potenziale commerciale. Dopo un altro suo capolavoro, “Incontri ravvicinati del terzo tipo/Close Encounters of the Third Kind” (1977), con cui aveva gi ribaltato in segno ottimisticamente progressista lo stereotipo degli “alieni cattivi” in un evidente messaggio di pace e tolleranza -letteralmente- universali, Spielberg aveva iniziato a lavorare a un nuovo progetto, il mai realizzato “Night Skies” dove i “visitatori” sarebbero dovuti tornare a essere una minaccia; ma l’idea (forse anche a causa dell’exploit di Ridley Scott che nel 1979 con “Alien” riport il tema nel segno dell’orrore e della morte) fu accantonata. Dalle ceneri di quel copione, che prevedeva nel finale l’abbandono sulla Terra di un “cucciolo” degli invasori, e dalle memorie infantili di un suo amico immaginario extraterrestre creato per superare il trauma del divorzio dei genitori, svilupp quindi con la sceneggiatrice Melissa Mathison una fiaba fantascientifica con le caratteristiche di un’autobiografia “mistica” in cui rovesciare ricordi ed elaborazioni fantastiche di ferite mai cicatrizzate: e il risultato fu una delle pi potenti esperienze emotive e puramente cinematografiche di sempre. “E.T. l’extra-terrestre” usci negli Stati Uniti l’11 giugno 1982 (in Italia si dovette addirittura attendere Natale) e l’anno successivo ricevette nove nomination all’Oscar, tra le quali miglior film e sceneggiatura: ne ottenne solo quattro (per la colonna sonora di John Williams, gli effetti visivi a cui contribu in modo determinante Carlo Rambaldi, il sonoro e il montaggio del sonoro), battuto dall’ormai polveroso e dimenticato “Gandhi” di Richard Attenborough.

Che anni dopo, commentando il suo risultato, ebbe a dire: “Ero sicuro non solo che “E.T.” avrebbe vinto, ma che avrebbe dovuto vincere: era inventivo, potente e meraviglioso, mentre io faccio film pi banali”. Aveva ragione. California, San Fernando Valley. Dopo essersi perso (ed essere sfuggito agli agenti governativi che ne avevano rilevato la presenza), un extraterrestre impaurito e abbandonato dai suoi simili, costretti dalle circostanze a ripartire precipitosamente, trova rifugio presso l’abitazione della madre single Mary (Dee Wallace) e dei suoi tre figli, Elliott (Henry Thomas), Michael (Robert McNaughton) e Gertie (Drew Barrymore). A stabilire un contatto con la creatura il mezzano Elliott, che riesce ad attirarla all’interno della casa con uno stratagemma scoprendo da subito che l’alieno ha stabilito con lui una sorta di legame empatico. Impossibilitato a tenerlo nascosto, lo presenta agli increduli fratelli lasciando per mamma all’oscuro: e il buffo E.T., com’ stato ribattezzato con un acronimo dai ragazzi, dapprima cerca di spiegare loro la sua provenienza facendo levitare sfere e oggetti per replicare il suo sistema planetario e poi dimostra di possedere poteri quasi taumaturgici, facendo rifiorire una pianta appassita e guarendo col polpastrello luminoso della sua lunga mano rugosa una ferita che Elliott si procurato a un dito. Mentre quest’ultimo sperimenta con lui una simbiosi sempre pi forte che gli causa anche qualche imbarazzo scolastico quando E.T. rimasto solo in casa sperimenta uno stato di ebbrezza dopo aver bevuto birra, l’ospite alieno costruisce un improvvisato dispositivo con cui spera di “telefonare a casa” per farsi venire a riprendere, conscio che la sua salute (di cui anche Elliott risente) sempre pi cagionevole.

Approfittando dei festeggiamenti di Halloween per farlo passare inosservato, i ragazzi travestono cos E.T. da fantasma per accompagnarlo nella foresta e fargli lanciare un segnale nello spazio; ma dopo aver trascorso la notte all’addiaccio, Michael ritrova morente il nel frattempo scomparso esserino e lo riporta da un Elliott pure in fin di vita. a quel punto che Mary scopre tutto; ma anche il momento in cui gli uomini guidati dall’agente senza nome (Peter Coyote) che gi aveva inseguito l’alieno invadono la casa trasformandola in un laboratorio. Quando la connessione tra Elliott ed E.T. scompare e quest’ultimo sembra essere morto, il bambino capisce che l’extraterrestre aveva bisogno di scollegarsi da lui per recuperare tutta la sua energia vitale: e, con E.T. ristabilito, ingaggia coi fratelli una lotta contro il tempo (e le autorit) per ricongiungerlo ai suoi simili che stanno arrivando. E difficile dire ancora qualcosa di un film cos amato e analizzato in ogni suo aspetto che non suoni al contempo come retorico, “riciclato” o in ultima analisi inutile. E addirittura impossibile rilevarne qualche imperfezione o, peggio, qualche segnale di “impermanenza”: “E.T. l’extra-terrestre” da sempre un oggetto perfetto e atemporale, nonch uno dei risultati pi alti mai raggiunti di narrazione e meraviglia intrinsecamente cinematografiche. E questo resta, oggi, a distanza di quarant’anni, cos come probabilmente tra altri quaranta ancora.

Con buona pace di tanti altri titoli non meno significativi o popolari della lunga carriera di Spielberg, senza dubbio il suo vertice, il suo film pi “privato” e contemporaneamente universale; nonch uno degli esempi pi alti di pura scrittura per immagini mai visti, strabordante di “quadri” divenuti iconici (come la bici volante che si staglia sulla Luna in controluce nella notte) e intuizioni simboliche (tutti i protagonisti adulti, fatta eccezione per la madre dei ragazzi, non hanno un volto per buona parte del film, fino all’agnizione dell’agente interpretato da Peter Coyote connotato nell’incipit solo dall’enorme e sferragliante mazzo di chiavi che pende dalla sua cintura; simbolo evidente della proiezione fanciullesca di un mondo “dei grandi” che possiede gli strumenti -metaforici- di accesso alla Vita). Ma anche un film “puro”, fatto della materia del cinema stesso, che potrebbe esistere e avere un senso e una leggibilit anche se fosse totalmente privato dei dialoghi (come dimostrano gli ultimi venti minuti, sostanzialmente muti e affidati quasi esclusivamente al suono e alla potenza dell’indimenticabile musica di John Williams). Nonch un esempio insuperato di magica sospensione dell’incredulit: per la naturalezza con cui ogni sua singola e pi assurda intuizione narrativa (come la costruzione di un telefono spaziale fatto di una lattina, una sega a disco, un ombrello rivestito d carta stagnola e un “Grillo Parlante”/”Speak & Spell”, popolarissimo gioco elettronico d’epoca per insegnare ai pi piccoli a leggere e scrivere) risulta perfettamente plausibile in un contesto solo apparentemente “empirico” e in realt cos astratto e fantastico da risultare quasi derealizzato.

Un capolavoro (va ribadito), al cui successo popolare contribuirono in modo determinante non solo il character design con cui il genio di Carlo Rambaldi super s stesso (non a caso fu l’ultima sua creazione “animatronica” per il grande schermo, dopo “King Kong” e la meccanica dello xenomorfo di “Alien” disegnato dal visionario H.R. Giger), ma anche una sotterranea epper avvertibile ascendenza “disneyana”, cardine della poetica di Spielberg (vedi le citazioni di “Dumbo” in “1941” e “Pinocchio” in “Incontri ravvicinati del terzo tipo”), che qui, quasi un decennio prima di “Hook”, spinge a un parallelo possibile tra il “ragazzo smarrito” Elliott, il buffo e (forse) eterno infante E.T. e gli scienziati/“pirati” (non casualmente, proprio l’opera letteraria dli Barrie che viene letta da Mary a Gertie prima di dormire). Nonch, sorprendentemente, e malgrado le orgogliose origini ebree di Spielberg, la sua natura per nulla nascosta di parabola cristiana: dove a un’esplicita rappresentazione di morte per mano di “miscredenti” fa seguito una vera e propria resurrezione propiziata da amore e, in qualche misura, fede. Rivedetelo in edizione originale, se potete, per ritrovare questa declinazione di senso nel finale dello splendido monologo di Elliott di fronte alla “body bag” dell’amico creduto scomparso [ “You must be dead, ‘cause I don’t know how to feel. I can’t feel anything anymore. You’ve gone someplace else now. I’ll believe in you all my life, every day. E.T., I love you”]. Ma anche per prendere atto che una scrittura cos alta, nel povero cinema pop contemporaneo, ormai pura utopia. Nota a margine: la proiezione del film aprir sabato 18 giugno alle 21 la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

26 maggio 2022 (modifica il 27 maggio 2022 | 15:40)

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