«Ti mangio il cuore», sembra una tragedia greca, ma è solo vendetta fra clan (voto 5/6)- Corriere.it

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di Paolo Mereghetti

Il film di Pippo Mezzapesa, debutto cinematografico di Elodie, usa il bianco e nero per caricare la vicenda di un’enfasi fuori luogo

Il nuovo film di Pippo Mezzapesa «Ti mangio il cuore», in concorso nella sezione Orizzonti al recente festival di Venezia (dove però non ha ricevuto riconoscimenti) è stato in qualche modo «fagocitato» dalla sua interprete, la cantante Elodie al debutto sullo schermo, che ha finito per catalizzare tutte le attenzioni e tutti i commenti. Inevitabile in un festival dove la mondanità da tempo ha soffocato il discorso critico. Ma adesso che il film arriva nei cinema vale la pena di tentare un approccio meno emotivo per confrontarsi meglio con un’operazione che sembra voler ancor più estremizzare una certa tendenza del cinema e della serialità italiana.

La prima cosa che balza all’occhio è l’abbandono del colore per un bianco e nero che la fotografia di Michele D’Attanasio spinge verso una radicalità cromatica fuori dal comune. Nel film spariscono le sfumature del grigio e tutto è raccontato come lo scontro tra i due colori opposti della tavolozza, come la lotta della luce contro le tenebre. Il problema è che di luce qui ce n’è veramente poca mentre si abbonda nelle tenebre. Reali ma anche simboliche.

Il film inizia nel 1960, nel Gargano, con il massacro della famiglia Malatesta da parte dei Camporeale: un’esecuzione spietata e crudele che dovrebbe concludersi con i corpi abbandonati alla fame dei maiali se il piccolo Michele, nascosto nel porcile, non riuscisse a salvare le spoglie dei suoi cari. Oltre naturalmente a promettere vendetta.

Quarantaquattro anni dopo la vendetta è stata eseguita: i ritratti dei Camporeale appesi sul muro di casa hanno tutti, escluso uno, un chiodo sul viso, prova non solo dell’esecuzione ma anche dello sfregio fatto al volto del nemico, e Michele ora cinquantenne (Tommaso Ragno) guida gli affari di famiglia con pugno di ferro. A rompere l’equilibrio sarà Andrea Malatesta (Francesco Patané), ventenne più interessato alle donne che al potere, che inizia a corteggiare l’avvenente Marilena Camporeale (Elodie), vedova bianca del capoclan avversario, costretto alla latitanza per evitare la vendetta di Michele.

Inutili gli ordini del capofamiglia ad Andrea, inutili i tentativi di trovargli altre donne, inutili i richiami dei Camporeale alla volitiva Marilena, che quel corteggiamento accetta e favorisce. La scoperta che la donna è incinta fa precipitare le cose: lei si trasferisce dai Malatesta abbandonando i due figli avuti dal marito, e tutti sanno che quella situazione si potrà lavare solo nel sangue. Innescando una nuova catena di vendette.

Una guerra tra clan né particolarmente originale né sorprendente (pur nel piccolo colpo di scena finale) che però la regia di Mezzapesa, anche attraverso la scelta di quel bianco e nero così contrastato e «drammatico», carica di un’enfasi e di una magniloquenza che sembrano francamente fuori luogo. Perché come ci ha insegnato Godard per il quale ogni inquadratura è una questione di morale e la forma non può essere mai neutra, ecco che anche il modo in cui questa specie di aggiornamento pugliese di «Romeo e Giulietta» prende vita sullo schermo finisce irrimediabilmente per mitizzare e idealizzare quello che dovrebbe essere solo una catena di delitti e di violente crudeltà.

Certo, la strada non l’ha inventata Mezzapesa, la serie televisiva tratta dal film «Gomorra» è una specie di bigino in progress di come si possano trasformare dei criminali in «eroi del male», spingendo gli spettatori a dimenticare il quadro morale in cui le loro azioni dovrebbero essere viste e giudicate. Usando la forza del realismo cinematografico per affascinare e incantare. Ma in questo film mi sembra che — volontariamente o no — si provi a fare un ulteriore passo avanti, quello di innalzare la stolida vendetta di due famiglie di criminali verso la dimensione della tragedia assoluta, neanche fossimo davanti ai miti degli Atridi. E forse bisognerebbe ricordare che la dismisura è una dimensione da maneggiare con molta cura e che spesso finisce per generare mostri. Cinematografici e morali.

18 settembre 2022 (modifica il 20 settembre 2022 | 21:22)

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