HomeCinema Serie TVun giovanissimo Alberto Sordi per il primo Fellini- Corriere.it

un giovanissimo Alberto Sordi per il primo Fellini- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

Presentato a Venezia nel 1952, fu accolto con indifferenza, ma contiene gi molti temi sviluppati in seguito dal grande regista

Dopo un fittissimo decennio di gavetta come collaboratore alle sceneggiature di capolavori come “Roma citt aperta” o “Pais” di Rossellini o grandi successi di Germi, Mattli e Lattuada (e l’esordio dietro la macchina da presa condiviso con quest’ultimo, “Luci del variet”, 1950), l’appena trentunenne Federico Fellini firma nel 1952 il suo primo film completamente in proprio: “Lo sceicco bianco”. Il soggetto, scritto con Tullio Pinelli (e Michelangelo Antonioni) e cosceneggiato con Ennio Flaiano, era passato per le mani di diversi registi che avrebbero voluto realizzarlo prima di tornare (com’era giusto) in quelle del suo autore, che vi aveva trasfuso sia la sua esperienza giovanile nel mondo del fumetto sia, in nuce, quella dimensione sospesa tra realt e fantasia che sarebbe poi diventata uno degli elementi principali della sua peculiare idea di messa in immagini.

la storia di due giovani sposi meridionali di provincia, Ivan (Leopoldo Trieste, doppiato da Carletto Romano) e Wanda (Brunella Bovo, doppiata da Rina Morelli) che lasciano la loro cittadina d’origine alla volta della Capitale per il loro viaggio di nozze. A Roma, il primo spera che l’influente zio (Ugo Attanasio), alta personalit vaticana con cui ha anche organizzato un’udienza papale, possa aiutarlo a fare carriera; la seconda invece, all’insaputa del consorte, vorrebbe finalmente incontrare il suo idolo, l’attore Fernando Rivoli (Alberto Sordi), fascinosa star dei fotoromanzi celebre per il suo personaggio dello “Sceicco Bianco”, col quale intrattiene un rapporto epistolare da ammiratrice firmandosi “Bambola Appassionata”. Dopo essersi presentata alla casa di produzione dei fumetti, Wanda segue la troupe su un set del litorale romano dove incontra finalmente il divo, che le propone addirittura di cimentarsi in un piccolo ruolo e sfrutta una volta di pi l’occasione (come ha gi fatto innumerevoli volte) per concedersi un’estemporanea avventura con quella che per lui solo una delle tante lettrici infatuate.

Approfittando di una pausa, Fernando riesce a convincere Wanda a fare una breve gita in barca durante la quale cerca di sedurla. Lei per non gli si concede; e quando, di ritorno, assiste a un’inattesa scenata di gelosia fra l’uomo (sposato) e la compagna (Gina Mascetti), il mito le crolla di fronte agli occhi in tutta la sua greve mediocrit. E quando Ivan (che ha nel frattempo cercato di medicare coi sospettosi parenti l’inspiegabile assenza della sposa adducendone una temporanea indisposizione) trova una delle lettere di risposta a Wanda dello “Sceicco Bianco” e teme all’idea di doverne confessare la fuga che lo screditerebbe agli occhi di tutto il suo piccolo mondo, dapprima si reca nottetempo ed esitante al commissariato per denunciarne comunque la scomparsa e poi, vagabondando in preda alla disperazione per le strade di Roma, finisce con l’incontrare le dolci prostitute Cabiria (Giulietta Masina) e Assunta (Jole Silvani), con cui si confida innocentemente. Il mattino dopo, malgrado il maldestro tentativo di suicidio della moglie, gettatasi invano in un punto basso del Tevere e recuperata da Ivan nell’ospedale in cui ha passato la notte, i due riusciranno a raggiungere Piazza San Pietro per l’agognata udienza e le cose torneranno (forse) alla normalit.

Presentato al festival di Venezia il 6 settembre del 1952 e accolto quasi con indifferenza da pubblico e critica coevi, “Lo sceicco bianco” sfodera un’incastellatura da commedia rosa grottesca post-neorealista: Fellini divide i protagonisti, duplicando cos gli ambienti in cui esercitare una blanda critica sociale e di costume (il mondo di fiabesca volgarit dei fotoromanzi visitato da Wanda, in cui si riverbera fatalmente con sguardo gi disilluso quello della macchina-cinema fabbricatrice di illusioni; il milieu borghese, pettegolo e di facciata, al cospetto del quale Ivan non pu che essere tragicomicamente impari) e sospende la narrazione in un equilibrio (instabile) tra commedia e dramma, sbilanciando ovviamente la prima sulla maestosa gigioneria di un gi grandissimo e perfetto Alberto Sordi e mitigando il secondo con l’interludio notturno tra Leopoldo Trieste e la moglie Giulietta Masina (il cui personaggio getta praticamente le basi per il capolavoro “Le notti di Cabiria”).

Di fatto, piace pensare al film come a una sorta di prova generale per le meraviglie a seguire, come a un contenitore consapevole di temi in un secondo tempo sviluppati con pi compiutezza (il cot autobiografico, il rapporto mitico fra citt e provincia che sar centrale nell’immediatamente seguente “I vitelloni”, la dimensione onirica, la spietatezza dei rapporti d’amore -un argomento quasi dimenticato dagli esegeti del Fellini della maturit, ma sempre acidamente presente -, la menzogna come elemento cardine delle relazioni che porter il Mastroianni di “8 ” a definirsi “un bugiardaccio senza pi estro n talento”); la logica interna di “Lo sceicco bianco” risponde per ancora a una transitoria necessit da “prodotto medio” (sottolineata dalle tiepide – un eufemismo- recensioni dell’epoca) pi che a una vera e consapevole pulsione autoriale; e una certa mancanza di coesione tra le singole parti sempre decisamente avvertibile.

Ma anche innegabile che a settant’anni di distanza e al di l della sua malinconica e possente natura di “morte al lavoro” (la celebre definizione di Jean Cocteau per definire l’ideale cristallizzazione dell’immagine-cinema come testimonianza dell’inesorabile scorrere del Tempo), il film racchiuda innegabilmente un’essenza del “poi” ( cos che “Fellini diventa Fellini”, come scrisse il compianto Tullio Kezich). Con la sua smitizzazione del “dietro le quinte” gi rappresentato con indole caoticamente circense e derisoria dello spirito che dovrebbe sottendere la “creazione artistica”; con la fisiognomica grottesca e caricaturale qui riservata perlopi ai personaggi di contorno; con la capacit di elevare fulmineamente gli oggetti a completamento psicologico dei protagonisti (qui l’altissima altalena dalla quale Sordi entra in scena con un indimenticabile balzo); con la volont mirata di inscrivere il racconto in un inciso aperto e chiuso da due definizioni complementari di Sogno (“La vera vita quella del sogno”, dice a Wanda la soggettista dei fotoromanzi, ma una battuta finale ricorda che “a volte il sogno un baratro fatale”); con la musica di Nino Rota gi “intonata” al sentire del regista; con le interpretazioni a lato delle quali sempre si scorge la presenza “instradante” di Fellini (eccezion fatta per l’amico Sordi lasciato in qualche misura pi libero di improvvisare e gigioneggiare), “Lo sceicco bianco” davvero il non-capolavoro destinato a pesare sulle sorti di quelli (tutti, nessuno escluso) successivi.

8 settembre 2022 (modifica il 8 settembre 2022 | 10:03)

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