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un viaggio nel mondo virtuale dalla portata tecnologica rivoluzionaria- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

Il film diretto da Steven Lisberger continua ad avere grande valore simbolico a dispetto degli aspetti un po’ «cheap» e del flop ai botteghini

Il 9 luglio 1982 è una data storica per il cinema mondiale. Eppure, il film uscito quel giorno (e da noi solo cinque mesi dopo, a Natale) non è neanche lontanamente un capolavoro, non è di un regista famoso (o poi diventato famoso) e non ha fatto praticamente una lira da nessuna parte del globo benché la Disney ci avesse investito dei bei soldini. Ma «Tron» (con gli anni divenuto una specie di “sub-cult” tanto che nel 2010 la Disney decise di dargli un sequel affidandolo a Joseph Kosinski, oggi regista di punta del miliardario “Top Gun – Maverick”) rappresenta una pietra angolare tecnologica indiscutibile: perché per la prima volta un film si addentrava nel mondo virtuale videoludico grazie a (per l’epoca) sofisticatissime sequenze realizzate interamente al computer.

E anche il soggetto, ai tempi, benché declinato secondo canoni narrativi tradizionali a dispetto della sua portata rivoluzionaria, rappresentava una novità assoluta. Il geniale programmatore di software per videogame Kevin Flynn (Jeff Bridges) ha aperto una sala giochi per rendere disponibili al pubblico le sue straordinarie creazioni; ma a fare davvero fortuna e carriera con le sue idee rubate è stato il suo ex capo Ed Dillinger (David Warner), CEO della società informatica Encom, che anni addietro, prima di licenziarlo, si è assunto la paternità di parecchi progetti da lui sviluppati. Le prove di questo raggiro sono da sempre contenute nei sistemi informatici della multinazionale, sorvegliate dall’intelligenza artificiale nota come MCP (Master Control Program) e dai suoi programmi anti-intrusione dai quali Kevin viene regolarmente respinto malgrado i suoi tentativi di infiltrarsi nella rete aziendale con un’altra sua creazione, l’Unità di Sembianza Codificata o CLU (Codified Likeness Utility), sorta di avatar digitale di sé stesso.

Aiutato da due dipendenti di Dilinger, Alan Bradley (Bruce Boxleitner) e Lora Baines-Bradley (Cindy Morgan), Kevin riesce a introdursi con loro nottetempo nella banca dati della Encom; ma grazie a un laser sperimentale sviluppato proprio dalla ragazza, MCP gli infligge la peggiore delle “punizioni” per accesso non autorizzato: digitalizzandolo e scomponendolo in stringa numerica per poi reintegrarlo in forma di energia nei circuiti integrati del sistema. In questa nuova forma elettronica, Kevin scopre che la rete di computer governata da MCP è un vero e proprio “microverso” virtuale parallelo in cui i programmi da lui sviluppati sono esseri di sintesi dalle sembianze umane (la cui identità è contenuta in dischi di memoria) costretti senza soluzione di continuità a vivere e gareggiare all’interno dei giochi di cui sono protagonisti. E si rende conto che, grazie ai suoi algortimi di autoapprendimento, MCP ha quasi sviluppato una “coscienza” che lo ha reso un’entità senziente e autoritaria.

Alleatosi con Tron, alter ego digitale di Alan, riuscirà a raggiungere una zona franca del sistema dove con l’aiuto di Yori, alter ego di Lora, cercherà di raggiungere il “cuore” di MCP per disattivarlo. Senza immaginare che anche il perfido Dillinger agisce all’interno del mondo virtuale sotto le spoglie dello spietato comandante Sark. Riuscirà ad averne ragione, liberare il sistema dalla dittatura tecnologica di MCP, ritornare in forma umana nel mondo reale, dimostrare al mondo di essere stato defraudato e… diventare direttore generale della Encom. Scritto dal tuttora carneade regista (che nel 1980 aveva debuttato con il modesto cartoon “Le olimpiadi della giungla/Animalympics” e in seguito girerà solo altri due film di nessun interesse), supportato da un lavoro di preparazione concettuale che coinvolse anche artisti come Syd Mead e il fumettista Moebius e musicato non a caso da un’autorità dell’elettronica del Novecento come Wendy Carlos, “Tron” non ebbe alcun successo immediato.

Benché le riviste americane specializzate dell’epoca (come Starlog o Fantastic Films, fonti di anticipazioni uniche e succulente per gli appassionati quando ancora non esisteva il web) avessero iniziato da mesi a bombardare il pubblico di immagini e informazioni esclusive sulla sua lavorazione sottolineandone la portata innovativa, qualcosa non funzionò: forse l’assenza di un cast davvero di richiamo (malgrado Bridges fosse già arcinoto); o la mancanza, appunto, di un “Autore” che potesse ergersi a garante del progetto; o forse l’aspetto un po’ “camp” dei protagonisti nei bislacchi costumi delle loro controparti digitali viste già qualche mese prima nel profluvio di trailer a cui la Disney sottopose le sale statunitensi. Fatto sta che il pubblico (a ragione) si rivelò più prevenuto che curioso: e in un’estate cinematografica in cui sembrava che chiunque volesse vedere solo e soltanto il polverizzatore di record “E.T. l’extra-terrestre”, il film fu uno dei grandi “competitor” sconfitti (tra l’altro, in buonissima compagnia; perché a fare le spese della Spielberg-mania ci furono anche film oggi considerati capolavori/classici ma che performarono male o malissimo al botteghino come “La cosa” di John Carpenter, “Blade Runner” di Ridley Scott e “Conan il barbaro” di John Milius).

Sebbene col tempo abbia infoltito le schiere dei suoi ammiratori, rivisto oggi “Tron” continua non solo a non essere percepibile in alcuna misura nemmeno come un “buon film” (patisce lentezze, interpretazioni inadeguate, scontatezze narrative terrificanti, farraginosità spinte e un “messaggio” antiautoritario/anticapitalista posticcio e vecchio come il mondo), ma mette anche una tenerezza infinita. Perché le sequenze in cui la rudimentalissima computer graphic (realizzata perlopiù in “wireframe” su sfondi neri con ovviamente invecchiatissimi effetti di rendering tridimensionale) sono poche, pur nell’economia di un film di un’ora e mezza; e perché tutto ciò che doveva “mimare” la parvenza avveniristica di una vita virtuale all’interno di un universo digitale (a partire dagli attori, costretti ad agire in improbabili tutine a circuiti stampati) fu invece realizzato per ovvi motivi alla stregua di una sorta di cartoon sperimentale: i protagonisti e le essenziali scenografie dai contorni contrastati vennero infatti filmati in bianco e nero (per accentuare il risalto delle linee) e poi colorati (monocromaticamente o quasi) a mano in post-produzione da uno stuolo di tecnici taiwanesi.

Malgrado il budget per l’epoca consistente (e l’ottimo design sonoro: fu una delle prime pellicole completamente registrate in Dolby Stereo), l’effetto finale che fece alle platee (e all’Academy: non portò a casa neppure la nomination all’Oscar per i migliori effetti speciali) fu quello di un film incredibilmente cheap: anche se la corsa ipercinetica delle “light cycle” con le loro sterzate a novanta gradi su un reticolato elettronico ha fatto a suo modo storia, tanto che è stata uno degli elementi cardine (portati allo stato dell’arte digitale coevo) del sequel “Tron: Legacy” del 2010. Tuttavia, pur non arrivando a ipotizzare che senza “Tron” il digitale al cinema non avrebbe comunque fatto il suo corso, vale la pena celebrarlo per il suo valore simbolico più che artistico: quello di un film spartiacque dopo il quale la tecnologia delle immagini di sintesi applicata alla settima arte sarebbe diventata una prassi dalle possibilità ancor oggi non completamente esplorate.

9 luglio 2022 (modifica il 9 luglio 2022 | 14:18)

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