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una commedia romantica non memorabile per rivivere il grunge- Corriere.it

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di Filippo Mazzarella

Si torna alla Seattle degli anni 90, fra Eddie Vedder e Chris Cornell, con il film di Cameron Crowe dalla colonna sonora d’eccezione

Nel 1992, il trentacinquenne di Palm Springs Cameron Crowe, già critico musicale per riviste come la storica Creem e Rolling Stone, aveva al suo attivo come regista solo «Non per soldi… ma per amore» («Say Anything»…, 1989): una commedia romantica con John Cusack e Ione Skye da noi passata pressoché inosservata ma molto ben accolta da pubblico e critica americani. Attento osservatore dei fenomeni rock, Crowe fu travolto proprio all’epoca del suo esordio cinematografico dal nascente movimento grunge (un termine coniato diversi anni prima, ma riportato in auge dal manager Bruce Pavitt della seminale etichetta discografica indipendente Sub Pop per descrivere la commistione sonora che caratterizzava gli artisti della scena di Seattle che aveva sotto contratto).

Green River, Mother Love Bone, Malfunkshun, Mudhoney, Soundgarden, Tad, Blood Circus, Screaming Trees e ovviamente Nirvana: gruppi “prime mover” che officiarono quella che forse è stata l’ultima vera rivoluzione della storia della musica rock prima che tutto ripiegasse in un’eterna ripetizione e rimasticazione del già noto. Più che un suono, un’attitudine: uno stile di vita ancora “in opposition”, a partire dagli abiti di scena dimessi (camicie di flanella da taglialegna, jeans strappati, maglioni ampi), partito dalla città americana in cui nacque Jimi Hendrix e che rappresentava una nuova riscossa del rock sulla plastificazione industriale degli anni Ottanta: un ritorno a urlare rabbia e disagio giovanile rimettendosi alle origini crude del punk e dell’hard rock fusi in un nuovo unicum di cui l’album «Bleach» (1989) dei Nirvana rappresentava la punta di diamante.

Una tale concentrazione di progetti musicali provenienti da un’unica città americana non si era mai vista: e infatti, mentre il “Seattle Sound” infiammava le platee mondiali, le major si affrettavano ad accaparrarsi a suon di milioni di dollari qualsiasi cosa provenisse da quelle parti per cavalcare il fenomeno. Così, nel 1991, buona parte dei gruppi abituati a registrare la loro musica per pochi soldi (le note di copertina di «Bleach» si vantavano, per l’appunto, di un budget complessivo di soli $ 600 messo a disposizione dal produttore Jack Endino) erano accasati presso le maggiori compagnie. E il successo planetario di “Facelift” (Columbia, 1990) degli Alice in Chains, di “Ten” (Epic/Sony, 1991) dei Pearl Jam e soprattutto ovviamente di “Nevermind” (1991, Geffen) dei Nirvana convinse Crowe a coniugare al cinema la sua passione principale provando a rappresentare quel momento peculiare in un film.

Nacque così «Singles – L’amore è un gioco», uscito nelle sale americane il 18 settembre 1992: una sorta di ronde sentimentale tra i giovani abitanti di un condominio di Seattle, ovviamente informata dall’atmosfera e dalla musica coeva della città dello stato di Washington. Tutt’altro che memorabile, soprattutto a causa dell’edulcorazione quando non addirittura dell’espunzione di temi che lo avrebbero trasformato in un “altro” film (non c’è infatti traccia di alcuna tensione politica o ribellistica, né tantomeno del flagello dell’eroina che pesava come un macigno sulle teste di molti degli artisti dell’epoca), «Singles» è un’altra romantic comedy sulla falsariga dell’esordio di Crowe, ma più corale e allo stesso tempo dispersiva, che s’incentra su un pugno di personaggi-chiave: la giovane Janet Livermore (Bridget Fonda), cameriera innamorata del rocker Cliff Poncier (Matt Dillon), membro uscente in cerca di miglior fortuna della band Citizen Dick (i cui altri membri nel film sono Stone Gossard, Jeff Ament ed Eddie Vedder, ossia i Pearl Jam quasi al completo); la delusa in amore Linda Powell (Kyra Sedgwick), che incontra a un concerto degli Alice in Chains il ben disposto Steve Dunne (Campbell Scott) ma esita a lasciarsi andare a causa delle sue insicurezze sentimentali; la rossa Debbie Hunt (Sheila Kelley), che si affida a un regista (Tim Burton, in un simpatico cameo) presentato come “il nuovo Scorsese” per realizzare un video-promo con cui accalappiare un principe azzurro e finisce col focalizzare il suo interesse sul ciclista Jamie (Peter Horton).

Un happy ending non si nega a nessuno: e infatti le vicende terminano con quasi tutti i protagonisti destinati (forse) a vivere felici e contenti: e può darsi sia per questo che i “grandi assenti” del progetto, ossia Kurt Cobain e i Nirvana (poco propensi a esporsi commercialmente più di quanto già -e obtorto collo- non fossero) non hanno voluto prendervi parte. Il successo del film, oggi giustamente dimenticato in quanto tale e citato pressoché solo nelle numerose storiografie rock degli anni Novanta, proiettò Crowe per breve tempo nel novero dei registi hollywoodiani commerciali di punta (i suoi film successivi furono “Jerry Maguire”, 1996, con Tom Cruise; “Quasi Famosi/Almost Famous”, 2000, che gli valse l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale; “Vanilla Sky”, 2001, di nuovo con Cruise); ma a essere sopravvissuta egregiamente al tempo, neanche a dirlo, è la sua colonna sonora “monstre”.

Riascoltarla oggi, dopo la dipartita più o meno tragica di molti dei suoi protagonisti, lascia sospesi tra esaltazione e tristezza: tra una “May This Be Love” di Hendrix (omaggio di Crowe al concittadino illustre dei “grungers”), una misconosciuta (e bellissima) “Chloe Dancer/Crown of Thorns”dei Mother Love Bone (il gruppo nato sulle ceneri dei Green River che aveva come vocalist Andrew Wood -prematuramente scomparso nel 1990- e in formazione la cellula da cui nacquero i Pearl Jam), le epiche “Would?” degli Alice in Chains (il cui tormentato cantante Layne Staley morì nel 2002) e “Nearly Lost You” degli Screaming Trees (la band primigenia del grande e scontroso Mark Lanegan, scomparso a febbraio di quest’anno), le clamorose “Birth Ritual”, inedito dei Soundgarden, e “Seasons”eseguita come solista dal loro compianto frontman Chris Cornell (che compare anche nel film in un ruolo cameo), si stagliano due indimenticabili pezzi dei Pearl Jam (“Breath” e la straordinaria “State of Love and Trust”, entrambe comparse qui per la prima volta) e la cover dal vivo di “The Battle of Evermore”dei Lovemongers (ovvero le sorelle Ann e Nancy Wilson, meglio note come Heart, nel loro progetto parallelo). Più che a una revisione del film, lo si sarà capito, si rimanda qui a un “ripasso” del disco, o a una sua eventuale scoperta da parte di auspicabili neofiti: e per orecchie così vergini, lo confessiamo, proviamo una straordinaria invidia da “boomer”.

15 settembre 2022 (modifica il 15 settembre 2022 | 12:45)

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