HomeCinema Serie TVuna spassosa commedia sugli ebrei newyorchesi (voto 8,5)- Corriere.it

una spassosa commedia sugli ebrei newyorchesi (voto 8,5)- Corriere.it

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di Maurizio Porro

Echi di Woody Allen e Philip Roth, nella saga ambientata tra i 50 e i 60

Dal 2017, quando debuttò con un applaudito pilot, questa serie, scritta con humour assoluto dalla Palladino family e di cui è disponibile ora su Amazon Prime la quarta e penultima stagione in 8 episodi, si è fatta uno zoccolo duro di fans, a maggioranza femminile ma non solo ed è diventata un simbolo e un prototipo di psicosomatologia nuovayorkese, come le ragazze di “Sex and the city” e come lo splendente cinema americano anni 50. E a tutt’oggi la Maisel con amici e parenti e il mood di New York che la circonda, è il personaggio che più somiglia alla commedia yiddish anche vintage ed infatti da ogni scena sbucano ricordi, intermittenze spiritose del cuore con Woody Allen “Danny Rose” o la letteratura di Philip Roth per non dire dei Singer e dei loro capolavori o della “Resa dei conti” primo capolavoro di Saul Bellow uscito in Usa proprio nel ’56 quando, al ritmo di “I belong to you” la signora Maisel cominciava la sua avventura di commediante.

Merito soprattutto dei dialoghi sopraffini di Amy Sherman-Palladino, spesso anche regista, e della sua felicità inventiva nel trovare prototipi che riconosciamo in una gamma infinita della cultura ebraica. In fondo, per i tipi e le situazioni, paure e nevrosi connesse, somiglia a una specie di “Shitsel” in versione brillante, cui si aggiunge l’amore assoluto per il mondo dello spettacolo, anche quello trash, in particolare per gli stand up comedian, i veri protagonisti di questa odissea dalle parti di Broadway e dintorni negli anni 50. Ma in questa stagione – si sta lavorando alla quinta ed ultima – la nostra mrs. Maisel, dopo due arresti e un divorzio, a corto di scritture, si deve accontentare, con scandalo in famiglia e nell’Upper West side, di presentare in un locale ai limiti della legalità uno spettacolo di e striptease tease che in realtà richiama molto i tempi americani anni 30 del burlesque, ripassare per credere la storia di Gipsy Rose Lee da cui fu tratto un bel film con Natalie Wood e la gloriosa Maisel dei tempi Rosalind Russell, per tutti la zia Mamie. Non solo è divertente il tragitto professionale della comica signora che ha una doppia vita, con gli incontri memorabili (vedi Lenny Bruce che appare alla fine della prima puntata della prima serie, ed è l’icona della lotta contro il perbenismo), ma è molto ritmato e coeso il corso alternato degli eventi, tra le due famiglie yiddish (la sua e quella dell’ex marito con la sua nuova compagna cinese), le patologie religiose (episodio dell’ostia presa per sbaglio è da antologia), l’irrisione verso le nevrosi da cucina kosher con il rabbino che si isterico per la presenza di gamberetti alla festa di nozze della nostra signora “marvelous” o diciamo pure fantastica.

Le dinamiche dello show che must go on sono spiritose e la figura della sua agente (Alex Bornstein magnifica attrice) psicosomaticamente maschile, provoca divertimento non razzista e sempre spicca la figura di Lenny (ricordate il film di Bob Fosse del ’74 con Dustin Hoffmann?) nel famoso concerto finale il 3 febbraio del 61 alla Carnegie Hall prima della triste fine per overdose a 40 anni nel 1966. C’è, in questa serie scritta tutta secondo i principi umoristici dell’”understatement”, l’America ancora sorridente degli anni a cavallo tra i 50 e i 60, con Elvis, la guerra fredda, Belafonte, il codice Hays che separa i letti e le labbra al cinema, i Magic moments di Perry Como che fu hit anche in Italia, mentre i cinema con grandi insegne annunciano “Ben Hur” e “Colpo grosso” (Ocean eleven 11). Irresistibile la scena in cui la mai troppo premiata Rachel Brosnahan presenta un the benefico per raccogliere fondi per l’elezione di Kennedy, mentre la sera divide il maxi camerino con le ragazze folk che fanno spogliarello, mentre è tutto da godere il colpo di scena della mamma ipnotizzata che rovina l’equilibrio familiare. I riferimenti sono ottimi e abbondanti, anche raffinati, bisogna avere memoria e cultura di cinema americano dato che si citano Francis Farmer (attrice internata in manicomio per ragioni politiche, nel film biografico dell’82 fu Jessica Lange), Jessica Tandy, la prima Blanche del “Tram” di Tennessee Williams, oltre a riferimenti colti a Joyce e Proust, alla Frick collection e a Martha Graham, mentre si ammira un raro reperto storico televisivo quando appare Hitchcock che presenta il suo nuovo “Psycho”.

Litigarella in puro stile ebraico, con rodaggi matrimoniali e post, mamme da Edipo award, la serie diverte in modo intelligente e ci ricorda gli incubi di una società così organizzata che vuole combinare i matrimoni per i propri figli. E intanto si sente un brano di “Kiss me Kate” di Cole Porter, si cita una battuta sul “Buio oltre la siepe”(primo best seller contro il razzismo) e via di ricordi e nostalgie, insomma c’è in questo magmatico mix un tesoro nascosto, l’America di quegli anni meravigliosi prima della decade dei cadaveri eccellenti, iniziata con l’assassinio di Kennedy e la morte di Marilyn. La signora Maisel è fantastica e resiste, per la gioia di un pubblico che non ha dimenticato il gusto della battuta e la commedia sofisticata, il tutto con un agguerrito cast (da ricordare l’ex marito anch’egli aspirante comico, cioè Michael Zegen) che non spreca mai nulla della accurata confezione. Ogni singolo dialogo va in buca, al di là di qualche manierismo e compiacimento che fanno anch’essi parte di una partita di grandissimo entertainment. Per non dire dei vestitini e cappottini “francesi” intonati, sembrano tutte my fair ladies

25 maggio 2022 (modifica il 25 maggio 2022 | 12:05)

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