“Mi chiamo Giulia Sanchez, abitavo nei palazzi popolari. I miei figli sono sotto le macerie, Vittoria di 9 anni e Abraham di 14”. Il tono è pacato, poi l’esplosione di dolore. “Nessuno è venuto a salvare i miei bambini. Le ruspe costano, non sono per noi poveri, e adesso vogliono cacciarci pure da qui. Ma anche noi siamo umani, non siamo animali”. La rabbia di Giulia, la rabbia di un popolo che si sente tradito, ci ringraziano, dateci voce, il mondo deve sapere che cosa succede qui.

La macchina dei soccorsi è collassata ancora prima di partire. Lo Stato, dicono, non c’è, o c’è solo per alcuni. Tutto intorno a questo campo di fortuna è distruzione totale, sofferenza, sporcizia, sciacallaggio, odore soffocante di migliaia di cadaveri. Cerchi tua madre? Non sai dov’è? Non piangere, ti aiutiamo a trovarla. È una bugia buona per consolare chi non può essere consolato. Bambini e anziani sono i più fragili, ma il sistema sanitario è collasso. Riusciamo a entrare nell’ospedale più antico della Guaira, adesso inagibile. L’unica dottoressa del San José, Veronica Luna Alvarez, è sfinita. Cura più di 100 pazienti al giorno, ci dice, lei da sola con l’aiuto di un’infermiera. Non solo i feriti del sisma, anche i soccorritori stremati a forza di scavare a mani nude e c’è il rischio di epidemie in uno scenario che le telecamere non riescono a mostrare in tutta la sua devastazione.

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