Violenza, una malattia da curare. Nasce la “Carta di Padova” per la gestione sanitaria degli abusi

Lividi, ferite, cicatrici visibili ma molto spesso invisibili. La violenza è un “veleno” che altera il DNA, sconvolge il sistema nervoso e si tramanda, quasi fosse contagiosa, di generazione in generazione. Insomma, una malattia e, come tale, va curata

Per questo è necessario trasformare il modo in cui la Sanità affronta il tema della violenza, che sia frutto di maltrattamento tra coetanei a scuola, tra due adulti all’interno delle mura domestiche o dovuto ad atteggiamenti di negligenza, abbandono e trascuratezza delle persone più fragili.

A proporre uno strumento concreto per rafforzare l’impegno della società civile di fronte a un fenomeno in crescita è un gruppo di scienziati e accademici che hanno messo a punto un documento programmatico, a cui è stato dato il nome di “Carta di Padova” che nasce dall’impulso tra Università di Padova e Azienda Ospedale/Università di Padova, un approccio operativo, medico e scientifico nei casi di persone vittime di violenza.

La “Carta di Padova 2026 – verso un approccio sanitario integrato alla violenza” è un documento che nasce dalla ricerca universitaria applicata al lavoro clinico dei medici.   “L’approccio clinico a individui esposti a violenza – si legge in uno dei passaggi chiave del documento – richiede un bagaglio di conoscenze culturali, professionali, esperienziali e relazionali, sostenuto da un solido impianto etico e deontologico. Costitutivo è il rapporto con la medicina legale, le forze dell’ordine e la magistratura, oltre che le realtà psicosociali operanti sul territorio, che rende necessario l’avere competenze di alto profilo specialistico e la conoscenza di specifiche procedure normative”. 

In concreto l’università si impegna a inserire moduli dedicati all’approccio sanitario integrato alla violenza nei corsi di laurea di Medicina e Chirurgia e delle Professioni Sanitarie, nei curriculum delle Scuole di specializzazione di Area medica e nei Master dedicati. Nel documento inoltre si chiede alle istituzioni territoriali di includere nei Piani sanitari nazionali e regionali indirizzi di politica sanitaria e programmi operativi specifici sulla violenza come tema di salute pubblica.

“La Carta di Padova 2026 rappresenta un appello alla partecipazione, alla responsabilità e all’azione – si legge in conclusione del documento – Si chiede al mondo della sanità, della formazione, della ricerca e della programmazione pubblica di affiancarsi, per quanto di competenza, alle realtà della società civile impegnate nel contrasto alla violenza. Riconoscere l’approccio sanitario integrato alla violenza significa dare forma scientifica e politica a una necessità reale di salute pubblica, che consiste in prevenire, curare e restituire dignità alla persona e alla collettività”.

“La violenza è un’entità nosologica complessa”, spiega Giorgio Perilongo, professore di Pediatria dell’Università di Padova e portavoce degli autori del documento. “Presenta, infatti, caratteristiche biologiche e cliniche precise”, aggiunge. La violenza non è fatta solo di traumi fisici, ma anche di alterazioni profonde dell’asse dello stress. In sostanza, alza i livelli di stress e fa reagire i nostri meccanismi metabolici ed endocrinologici.

La violenza, poi, è “contagiosa” ed ereditaria: spesso chi abusa è stato a sua volta vittima. La violenza può diffondersi nei nuclei familiari come un fenomeno relazionale. E anche gli esordi possono essere subdoli. Anzi, spesso, i segnali sono aspecifici — come una deflessione del tono dell’umore o un rallentamento dello sviluppo — e richiedono diagnosi precoci e “di precisione”.

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