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Home » dal 2019 i salari hanno perso 8,6% di potere d’acquisto, recupero a rischio
Economia e Finanza

dal 2019 i salari hanno perso 8,6% di potere d’acquisto, recupero a rischio

Di Sala Notizie21 Maggio 20266 min di lettura
dal 2019 i salari hanno perso 8,6% di potere d’acquisto, recupero a rischio
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“Le pressioni al rialzo sul mercato dei beni energetici, generate dal conflitto in Medio Oriente, e la conseguente crescita dell’inflazione potrebbero, a seconda della persistenza di tale scenario, rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto”. Lo scrive l’Istat nel rapporto annuale che registra come le retribuzioni contrattuali nel 2025 abbiano portato, per il secondo anno, a un recupero in termini reali ma rimanga una perdita di potere d’acquisto dell’8,6% dal 2019. Anche nel ceto medio, il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà”.

Prospettive economiche condizionate da tensioni geopolitiche

Lo scenario previsivo per l’Italia “resta caratterizzato dalla prevalenza di rischi al ribasso, ma le stime più recenti dei principali previsori italiani e internazionali indicano comunque il mantenimento di un ritmo di crescita simile a quello osservato nel 2025”. Le prospettive economiche per il 2026 “sono condizionate dall’aggravarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno determinato negli ultimi mesi una forte risalita dei prezzi energetici, oltre 120 dollari al barile il Brent ad aprile, e una ripresa delle pressioni inflazionistiche. Il clima di fiducia dei consumatori ha subito un forte peggioramento a partire da marzo, mentre le imprese sembrano prefigurare una maggiore resilienza, mostrando però anch’esse un deterioramento della fiducia ad aprile”.

Le previsioni più recenti per il 2026 hanno rivisto fortemente al ribasso la crescita del Pil in Italia. In particolare, la Banca d’Italia e il ministero dell’Economia e delle Finanze stimano una crescita del Pil, rispettivamente dello 0,5 per cento e dello 0,6 per cento, e il Fmi dello 0,5 per cento.

Natalità: 6,6 milioni di persone desiderano figli ma rinunciano ad averli

Nell’Italia con la natalità ai minimi storici, 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ad avere bambini che desiderano. L’Istat segnala come tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l’intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte affermi che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita (il 5,5%). Tre su dieci hanno già i figli che desiderano, mentre la quota più ampia ha rinunciato ad avere i figli desiderati (62,2%) per problematiche di varia natura, a partire dalla sfera economico-lavorativa.

Tasso occupazione donne 60,8% rispetto a 80,9% uomini

Nel 2025 il tasso di occupazione femminile è di circa 20 punti percentuali inferiore a quello maschile (60,8% contro 80,9%), ma il divario scende a 6,5 punti percentuali tra i laureati. Il gap di genere è più alto tra i laureati nelle discipline Stem, dove le donne presentano un tasso di occupazione inferiore di 9,1 punti percentuali. Il tasso di occupazione dei laureati stranieri in Italia (68,4%) è più basso non solo di quello dei laureati italiani (86,3 per cento), ma anche dei diplomati stranieri (70,7 per cento).
 

Tasso di occupazione cresce ma rimane il più basso in Ue

Nel 2025 il tasso di occupazione raggiunge il 62,5 per cento, di oltre 3 punti superiore a quello pre pandemico ma nonostante il divario con l’Europa si sia progressivamente ridotto, il tasso di occupazione rimane il più basso tra i Paesi dell’Ue 27, a distanza di quasi 9 punti percentuali dalla media.

Il tasso di occupazione dei 15-34enni in Italia è pari ad appena il 43,9 per cento e scende al 17,9 per cento tra i 15-24enni. Si tratta di valori inferiori a quelli delle altre maggiori economie dell’UE27.

Over 50 il 42% dei lavoratori, limiti per innovazione e Intelligenza artificiale

“Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post-pandemia, è stato trainato dall’aumento dell’occupazione delle persone con 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42% nel 2025. ”L’invecchiamento della forza lavoro frena l’innovazione”, si legge nel rapporto che spiega come l’uso dell’intelligenza artificiale sia triplicato tra il 2023 e il 2025 (lo utilizza il 16% delle imprese), ma il 50% delle Pmi incontra un ostacolo nella carenza di competenze.

Popolazione italiana: 58,9 milioni di persone. Saldo nascite e decessi negativo

La popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2026 conta 58,9 milioni di individui. Il tasso di crescita è prossimo allo zero, ma in miglioramento rispetto al biennio precedente (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023). Il saldo naturale tra nascite e decessi continua a essere negativo (-296 mila unità). La dinamica migratoria, con numero di immigrazioni dall’estero che supera quello delle emigrazioni, rimane positiva compensando appieno (+296 mila unità) il deficit dovuto alla dinamica naturale, e contribuendo a mantenere stabile la popolazione

Chelli: economia resiliente, evitare cristallizzazione disuguaglianze

“Nell’ultimo anno l’economia italiana ha mostrato segnali di resilienza in uno scenario globale complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da un’incertezza ormai persistente. Le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività, che potrebbe beneficiare di una maggiore intensità di conoscenza dei processi produttivi”. E’ quanto sottolineato dal presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, presentando il rapporto annuale 2026 dell’Istituto.

Secondo il presidente dell’Istat, “una delle sfide chiave per il Paese si giocherà, del resto, sulla capacità di valorizzare il capitale umano di cui disponiamo e potremo disporre. Il rapporto evidenzia come maggiori investimenti in istruzione, competenze digitali e innovazione rappresentino una condizione essenziale per la tenuta dei livelli occupazionali, il miglioramento delle con-dizioni salariali e, più in generale, il benessere collettivo, in un contesto sociale segnato da vulnerabilità che permangono nel tempo”. L’adozione di nuove tecnologie “non è infatti sufficiente a stimolare la crescita economica, se non accompagnata dalla maturazione di nuove competenze e, insieme, da una riorganizzazione dei processi aziendali, in un sistema economico che dovrà tenere conto dell’aumento dell’età media della forza lavoro”.

La sfida è anche quella “di evitare che le disuguaglianze sociali, economiche, sanitarie e territoriali si cristallizzino, agendo, oltre che su un maggiore investimento in istruzione, anche sul rafforzamento del capitale sociale, fattore di protezione contro i rischi  di esclusione, ridotta mobilità sociale e minore benessere. È importante, a riguardo, promuovere un’effettiva inclusione digitale e lo sviluppo di competenze adeguate, riducendo i riflessi negativi delle nuove tecnologie soprattutto per le giovani generazioni”, ha spiegato Chelli. Si tratta “certamente di sfide rilevanti che richiedono la coesione di tutti gli attori e di tutte le forze che possono contribuire allo sviluppo della nostra società”, ha concluso.

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